martedì 15 aprile 2014

Breve riflessione sul ruolo dell’assistente sociale nell’ambito della cittadinanza attiva

Iniziamo con questo primo post ad occuparci di cittadinanza attiva e di partecipazione civile. L'attivismo civico in un momento di crisi sociale ed economica è una forma democratica di tutela dei diritti  esistenti e del  riconoscimento dei  nuovi. Il concetto di cittadinanza attiva trae origine e  fondamento nell'art.118 della Costituzione, che recita: "Stato, regioni, province, città metropolitane, comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà"

La professione di assistente sociale, nel corso del tempo ha subito numerosi mutamenti, frutto anche dell'evolversi dei sistemi di welfare nelle società moderne. Essa viene oggi designata sostanzialmente come una professione o comunità professionale caratterizzata da un’insieme di competenze e di pratiche che sono necessarie per erogare servizi alla persona di carattere assistenziale e socio-sanitario, rivendicandone tutta una serie di diritti legati alla persona e in particolare all’utente, che vive nella difficoltà. Il soggetto in condizioni di disagio e/o di disabilità diventa spesso un emarginato poiché non è in condizioni di fruire appieno dei diritti che gli derivano dal possesso della cittadinanza. Chi è anziano e sofferente, chi è malato e non autosufficiente, chi è bisognoso di assistenza spesso non è in condizioni di far valere la propria domanda sociale e i propri diritti.

Un’ assistente sociale è dunque un professionista che utilizza la relazione di aiuto e di servizio alla persona in un'ottica di promozione della partecipazione sociale e della cittadinanza attiva.
E’ in questi termini che il Servizio Sociale può essere concepito come uno dei fattori essenziali per promuovere il valore della cittadinanza attiva e della democrazia intesa come partecipazione consapevole al processo e cambiamento della società.
Come ci ricorda F. Olivetti, “nel nostro paese l'erogazione di servizi di assistenza, sia sociale che sanitaria, non è motivata da esigenze di sostegno e/o di solidarietà nei confronti di soggetti svantaggiati e/o emarginati, esso risponde esplicitamente all'esigenza civile di sostegno della partecipazione sociale e della cittadinanza attiva.” Ciò permette di distinguere il Servizio Sociale promotore del principio di cittadinanza attiva dalla beneficienza, inteso come atto caritatevole. Non si vuole infatti aiutare chi è più bisognoso perché mossi da un ideale compassionevole, per migliorare la posizione sociale di chi non è in grado o non vuole aiutarsi da solo; al contrario si ritiene che una società in cui tutti siano in grado di esercitare la propria cittadinanza è una società in cui tutti vivono meglio, dove la qualità della vita di qualunque cittadino è più alta.

Un’altra delle funzioni attribuibili alla figura dell’assistente sociale è quella relativa alla promozione e diffusione del concetto stesso di cittadinanza attiva e di cittadini europei, poiché non tutti i soggetti sono a conoscenza del vero significato e della sua accezione più ampia: un sondaggio di Eurobarometro dell’ottobre 2010 ha chiesto ai cittadini della Ue di definire il loro status e i diversi diritti che possiedono come cittadini dell’Unione europea. I risultati dicono che il 58% degli italiani sa cosa vuol dire essere cittadini europei; il 30% conosce il termine ma non sa cosa vuole dire e l’11% non ne ha mai sentito parlare. Rispetto ai diritti di cittadinanza la percentuale precipita: il 51% non è bene informato e il 15% non ne sa nulla. Inoltre per la maggior parte sono consapevoli di essere «sia cittadini dell’Ue sia della propria nazione». Tuttavia, circa un quinto degli intervistati pensa che «si può scegliere di essere cittadini della Ue».

La nozione di Cittadinanza Attiva, in questo articolo, ha un duplice e cangiante significato, con riguardo, da una parte, agli attori sociali che la compongono e, dall’altra, agli scopi che essa si prefigge. Sotto il primo punto di vista, per Cittadinanza Attiva s’intende l’insieme di tutte quelle organizzazioni nate e gestite in modo autonomo dai cittadini per prendere parte all’identificazione dei problemi di rilevanza pubblica. Sotto il secondo punto di vista, per Cittadinanza Attiva s’intende la capacità dei cittadini di organizzarsi in modo multiforme, di mobilitare risorse umane, tecniche e finanziarie, e di agire nelle politiche pubbliche con modalità e strategie differenziate, per tutelare i diritti e prendersi cura dei beni comuni, esercitando a tal fine precisi poteri e responsabilità. Poteri e responsabilità finalizzati anche e soprattutto alla tutela dei diritti, attraverso la quale la persona, singola o associata, può manifestare, far valere e rendere effettive le proprie legittime esigenze di fronte ai suoi interlocutori, o soddisfarle costruendo da sé le risposte. Secondo tali definizioni, il concetto di cittadinanza attiva richiama anche quello della sussidiarietà, orizzontale e verticale. Temi molto vicini alle pratiche del Servizio Sociale e che influenzano in modo inciso le scelte relative alle politiche sociali.

L'attuazione piena e consapevole del principio di sussidiarietà nel terzo settore dovrebbe facilitare un giusto equilibrio nell’apporto fornito dai diversi tipi di organizzazioni ed enti: tra chi rileva i problemi, chi promuove la partecipazione a cominciare dai soggetti “deboli”, chi gestisce i servizi più strutturati, chi finanzia esperienze innovative ed emulative e redistribuisce le risorse. È in questa accezione che la figura dell’assistente sociale trova ampio spazio per l’esercizio delle sue funzione e l’attuazione di quei valori e principi richiamati nel codice deontologico della professione.
A cura della Dott.ssa Francesca Filice

venerdì 4 aprile 2014

Atti persecutori o Stalking ex art. 612 bis c.p.

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un articolo della nostra amica e collaboratrice, Avv Elvira Dodaro, sul tema dello stalking focalizzato in ambito giuridico. 



Il Parlamento Italiano ha convertito in legge n. 38 del 23 aprile 2009 il cosiddetto “decreto antistupri” emanato dal Governo, ovverosia il D. L. 23 febbraio 2009 n. 11. In tal modo ( sia pur con ritardo rispetto a Paesi Europei quali la Germania o la Gran Bretagna) è stata introdotta nel nostro ordinamento giuridico una “nuova” fattispecie delittuosa, allo scopo di contrastare talune condotte persecutorie poste in essere soprattutto da uomini nei confronti delle donne. Trattasi del reato di “atti persecutori” altrimenti detto di “stalking” p.e p. dall'art. 612 bis c.p. Con questo termine derivante dal linguaggio tecnico-gergale della caccia e che significa letteralmente “fare la posta ad una preda”, si allude ad un complesso fenomeno relazionale qualificabile come “sindrome del molestatore assillante”. Questi, infatti, è sovente un soggetto dal temperamento “Bordeline” e cioè dall'equilibrio psichico alterato. Significativamente l'On. Giulia Buongiorno ( relatrice del disegno di legge trasfuso nel provvedimento governativo) spiega come le violenze e gli omicidi con movente sessuale o passionale a carico di donne, siano frequentemente “annunciati” da una serie di atti insistenti, molesti e/o minacciosi che causano alla vittima paura nonché ansia: appostamenti, pedinamenti, telefonate, sms e quanto idoneo a “braccare” la vittima designata. Nessun dubbio, pertanto, che la normativa sui reati persecutori nasca in una prospettiva ben precisa e cioè quella secondo cui il soggetto da tutelare è solitamente di sesso femminile. Nondimeno, osserva il Magistrato di Cassazione, Francesco Bartolini, la nuova fattispecie può trovare un ambito di applicazione più vasto e generalizzato. Difatti il legislatore, pur rispettando il principio di tassatività della norma penale, nel descrivere la condotta illecita ha utilizzato espressioni sufficientemente ampie al fine di ricomprendere la multiformità dei casi che si possono verificare nella realtà. Come sottacere, infatti, che anche le donne operano “stalking” per motivi passionali nei confronti degli uomini? D'altronde, sottolinea il Magistrato Raffaele Marino, gravi condotte persecutorie possono inerire ai rapporti di vicinato o a quelli tra genitori e figli. Queste azioni disturbatrici, tuttavia, non trovavano nel nostro sistema penale idonei strumenti di contrasto. In effetti l'art. 660 c.p. Nel punire atti di molestie o 
disturbo arrecati alle persone, richiede alcuni anacronistici requisiti quali la “petulanza” oppure il “biasimevole motivo” nonché la “commissione in luogo pubblico” o “aperto al pubblico” Ai fenomeni persecutori in oggetto, peraltro, non è applicabile nemmeno l'art. 615 bis c.p. Che riguarda l'indebita acquisizione o divulgazione di notizie sulla vita privata, ma non certo le molestie o il disturbo arrecati ad un soggetto indipendentemente da tali interferenze. Da qui la necessità di colmare un “vuoto normativo” non più sostenibile. Alla luce di quanto precede, possiamo cogliere appieno la portata innovativa dell'art. 612 bis c.p. Che punisce chiunque perpetri minacce e o molestie nei confronti di taluno “reiteratamente”, cioè non in una sola occasione bensì in un apprezzabile arco temporale. Parliamo, evidentemente, di una pluralità di azioni dal contenuto intimidatorio che si susseguono nel tempo e che costituiscono l'elemento materiale del reato. Sebbene adesso si attribuisca in genere natura “abituale”, tuttavia non mancano pareri difformi. Valga a mo' di esempio quanto scritto da Raffaele Marino (attuale Procuratore Aggiunto di Torre Annunziata) il quale sottolinea come il concetto di “reiterazione” differisca da quello più ampio di “abitualità”. Al riguardo, invero, non dovrebbe sussistere dubbio alcuno poiché lo stesso legislatore considera lo “stalking” un “reato abitule proprio”, così come si evince chiaramente dal resoconto sommario della seduta 10/12/2008della Commissione Affari Costituzionali . Comunque sia, ai fini del perfezionamento del delitto in parola, è necessario che questi comportamenti reiterati:
  1. pregiudichino in maniera rilevante il modus vivendi della persona offesa, costringendola a modificare significative e gratificanti abitudini di vita;
  2. oppure generano  nella stessa un giustificato timore per l'incolumità propria o di una persona vicina;
  3. oppure cagionino alla vittima un grave e perdurante disagio psichico, ossia un'alterazione del normale equilibrio psico-fisico che può persino trasmodare in una patologia clinica.
Riguardo all'elemento soggettivo del reato ( di certo indispensabile per l'integrazione dell'illecito) alcuni giuristi ritengono che la condotta dell'agente sia caratterizzata dal “dolo generico”, mentre secondo altri viene in rilievo il “dolo specifico” giacchè il persecutore, è ben consapevole di tenere comportamenti produttivi, in volgere di tempo, degli accadimenti dannosi di cui sopra. Stante la clausola “Salvo che il fatto costituisca più grave reato...” con cui esordisce l'art. 612 bis c.p. È innegabile come la disposizione in esame abbia carattere residuale: essa non troverà applicazione allorquando nei fatti accaduti sia ravvisabile un illecito più grave. Per ciò che concerne il bene giuridico tutelato dalla norma, esso va certamente individuato nella “libertà morale” intesa quale attitudine dell'individuo ad autodeterminarsi. Tuttavia, secondo l'Avv. Luigi Modaffari, il reato de quo è “pluri-offensivo” poiché le succitate condotte persecutorie possono ledere il bene costituzionalmente protetto della salute, qualora esse cagionino alla vittima lo stato di ansia e di paura previsto dalla norma codicistica. Lo “stalker” ( agli effetti dell'art. 612 bis c.p.) è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni, salva l'applicazione di circostanze aggravanti. Basti pensare che quando il fatto venga commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato nonché da persona un tempo legata sentimentalmente alla vittima, la pena aumenta fino ad un terzo ( aggravante ad efficacia comune). Se invece, la condotta è tenuta ai danni di minore o di donna in stato di gravidanza ovvero di persona disabile oppure da individuo travisato o con l'uso di armi, la pena è aumentata fino alla metà ( aggravente ad effetto speciale). Qualora, infine, lo “stalking” venga effettuato da soggetto già ammonito dal Questore ( ai sensi dell'art. 8, comma 3, d.l. n. 11/09) si applica un aggravamento di pena pari ad almeno un terzo ( aggravante ed efficacia comune). Poichè l'illecito de quo incide direttamente sulla sfera privata della vittima, è giocoforza che esso sia procedibile a querela della persona offesa. Il termine utile per la proposizione del lamento penale, è fissato in sei mesi in luogo dei tre richiesti ex art. 124 c.p.. Si procede, tuttavia, d'ufficio allorchè:
a) il reato venga posto in essere nei confronti di minore o disabile;
b) la condotta sia tenuta con altro delitto per il quale si debba procedere d'ufficio;
c) il fatto sia commesso da soggetto precedentemente ammonito dal Questore.
Oltre a disposizioni di questo tipo la nuova legge, con lo scopo di indurre il molestatore a desistere dal proprio comportamento, prevede uno strumento di natura amministrativa che può intervenire “ante causam” e cioè prima di un procedimento penale. Significativamente l'art. 8 stabilisce come la persona offesa, fino a quando non sporga formale querela, possa avanzare all'Autorità di Pubblica Sicurezza richiesta di ammonimento nei confronti dello “stalker”. Prontamente trasmessa l'istanza al Questore lo stesso ( qualora la ritenga fondata dopo aver assunto eventuali informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti) ammonisce oralmente il persecutore, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge. Di ciò viene redatto processo verbale in duplice copia: l'una è rilasciata a colui che ha chiesto l'ammonimento e l'altra all'ammonito. Se questi persevera nel suo intento nonostante la diffida formale, si procede ex officio contro di lui ed in caso di condanna, dicevamo, la pena aumenta di almeno un terzo. Ulteriore novità è costituita dall'introduzione di una misura cautelare di tipo coercitivo, che si sostanzia nel divieto di avvicinamento dell'imputato o indagato ai luoghi frequentati dalla persona offesa oppure nell'obbligo di mantenere da essa una certa distanza ( art. 9 d.l. n. 11/09). E però nell'ipotesi in cui esistano motivate esigenze di tutela, siffatto divieto può essere esteso ai luoghi frequentati dai prossimi congiunti della vittima ovvero dai soggetti con essa conviventi o comunque legati alla stessa relazione effettiva. Tuttavia, se l'avvicinamento è inevitabile per ragioni lavorative o abitative, l'Autorità Giudiziaria detta prescrizioni ad hoc. Naturaliter affinché possa applicarsi questa misura coercitiva, è necessaria la ricorrenza dei presupposti ex artt. 273 e ss. cp.p. devono sussistere gravi indizi di colpevolezza, comprovate esigenze cautelari e la misura adottata deve risultare idonea alla tutela delle stesse. Occorre altresì, rammentare che l'art. 380 c.p.p. ( siccome novellato dalla recente legge) consente l'arresto facoltativo dello “stalker” in flagranza di reato. Meritano, inoltre, adeguata attenzioni talune modifiche apportate all'art. 392 c.p.p. In materia di incidente probatorio. L'ambito operativo di esso, infatti, viene esteso dalla nuova legislazione sia al reato di maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli ( art. 572 c.p.) che a quello di “atti persecutori”.
Ma v'è di più. Sebbene il Pubblico Ministero e l'indagato siano rimasti i soli legittimati a proporre richiesta di incidente probatorio, tuttavia alla persona offesa si riconosce un “diritto di impulso” ossia quello di chiedere al PM di avanzare la suddetta richiesta al GIP: E' da notare, ancora, come il soggetto sottoponibile ad incidente probatorio non sia più soltanto il minore infrasedicenne, bensì genericamente il minore ovvero il maggiorenne che rivesta la qualifica di persona offesa. Il legislatore, infine, ha modificato l'art. 498 c.p.p. Riguardante l'esame protetto del testimone in fase dibattimentale. Ne viene estesa l'applicazione al processo per atti persecutori e potrà usufruire di questa protezione non solo il minore ma anche il maggiorenne che sia al contempo vittima del reato ed infermo di mente. Quale, dunque, il messaggio sotteso alla normativa sui reati persecutori? Certamente quello che nei mesi scorsi è stato diffuso dalle maggiori testate giornalistiche nazionali, a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri di concerto con il Ministero per le Pari Opportunità: Stalking quando le attenzioni diventano persecuzione, querela chi ti perseguita e riprenditi la tua libertà.
Avv. Elvira Dodaro




mercoledì 2 aprile 2014

Aspetti psicologici dell'omofobia: risponde la psicologa

Omofobia
Davide, Simone, Andrea, sono solo gli ultimi di una lunga lista di nomi di ragazzi morti a causa dell’omofobia, reato oggi non ancora punibile penalmente. Nell’era della modernità e dell’emancipazione l’omofobia sembra essere oggi un fenomeno quanto mai attuale e preoccupante, una vera e propria emergenza.
La letteratura ha identificato bisessuali e omosessuali come categorie ad elevato rischio suicidio oltre che di emarginazione sociale. In particolare sembra che i pregiudizi e gli atteggiamenti negativi, messi in atto nei confronti dei giovani omosessuali, finiscano per trasformarsi in una vera e propria realtà che viene interiorizzata e trasformata in idee errate e disfunzionali quali ad esempio la paura di essere sbagliati, di non meritare amore e di deludere genitori e amici. Dal punto di vista psicologico gli effetti sono spesso devastanti poiché vengono ripetutamente sperimentati da parte di chi subisce atti vessatori e umilianti , vissuti depressivi, ansiosi, di fallimento e di vergogna i cui effetti sono diversi e spesso gravi.
Recenti ricerche (V. Lingiardi, 2013) mostrano infatti che gli adolescenti che scoprono la propria omosessualità pensano al suicidio fino a tre volte di più rispetto ai coetanei eterosessuali. Questo dato così allarmante è dovuto non solo all'immagine negativa di sé che il giovane omosessuale interiorizza a causa della evidente diversità che sente rispetto agli altri ma anche e soprattutto allo stigma sociale che ne deriva. Tutto ciò compromette la qualità dello sviluppo affettivo, emozionale, relazionale (fuori e dentro le relazioni di coppia) e più in generale della personalità.
Alla luce delle svariate ricerche e dei numerosi casi di vittime di omofobia, oggi dovremmo essere tutti un po’ più consapevoli circa le responsabilità che ognuno di noi ha nella diffusione allarmante di questo triste fenomeno.
Scuola e famiglia sono fondamentali nel favorire la costruzione di una società che promuova la cultura della differenza, dei pari diritti, dell’ascolto e dell’accettazione.
Non esistono antidoti, la soluzione è nell'amore e nel rispetto per gli altri.
A cura della Dott.ssa Simonetta Bonadies


lunedì 31 marzo 2014

Povertà, il rapporto Caritas 2014

E' stato presentato proprio oggi il rapporto della Caritas 2014 sulla povertà in Italia. E' stato pubblicato da Vita.it. Ci occupiamo di sociale e inclusione. Ci è sembrato doveroso pubblicarlo. 

La Redazione di Be Equal 







Allarmanti i dati del Rapporto. Cresce la percentuale di persone in situazione di povertà, che nel 2012 erano il 30,4% il 66% di chi chiede aiuto dichiara di non riuscire a provvedere all'acquisto dei beni di prima necessità. Sono perlopiù italiani, divisi equamente tra uomini e donne. Cresce la povertà infantile, di oltre cinque punti superiore alla media europea. È stato presentato oggi ill 'Rapporto 2014' della Caritas italiana sulla povertà e l'esclusione sociale intitolato 'False partenze', in occasione del convegno nazionale delle Caritas diocesane (in allegato il rappotro integrale). La Caritas sottolinea, nel suo studio, come i particolare l’innalzamento dell’età pensionabile e il mancato adeguamento di sei milioni di pensioni ai cambiamenti del costo della vita abbiano avuto un impatto negativo sulle famiglie italiane. Questo soprattutto in un periodo in cui i giovani trovano con difficoltà lavoro e sono in gran numero disoccupati (fra i sette paesi analizzati dal rapporto l’Italia ha la percentuale più alta di Neet, giovani che né studiano né cercano lavoro), facendo quindi diventare il contributo dei pensionati ai redditi familiari ancora più importante. Un record di crescita negativo, l’Italia lo fa registrare per la percentuale di persone in situazione di povertà, che nel 2012 erano il 30,4% (18,5 milioni), al ventunesimo posto nella classifica dei paesi peggiori per quanto riguarda questo indicatore nell’UE a 28. Fra il 2010 e il 2011, nessuno Stato membro ha registrato una crescita dei poveri alta come quella verificatasi in italia. E fra il 2011 e il 2012, solo la Bulgaria ha fatto peggio di noi. Come se non bastasse, mentre in Italia è molto alto il rischio di trovarsi in situazione di povertà, è molto difficile poi uscirne. E una piaga particolarmente grave è quella della povertà infantile, di oltre cinque punti superiore alla media europea, tanto che l’Italia è a rischio di crescita dello sfruttamento del lavoro minorile.

Infine aumentate del 10%, nel nostro paese, le disuguaglianze di reddito fra il 2008 e il 2011.

La povertà aspetta dopo la rottura dei rapporti coniugali, infatti, il 66,1% dei separati che si rivolgono alla Caritas dichiara di non riuscire a provvedere all'acquisto dei beni di prima necessità. Prima della separazione erano solo il 23,7 per cento.

Altre conseguenze della separazione: aumenta il ricorso ai servizi socio-assistenziali del territorio come anche la crescita di disturbi psicosomatici (66,7% accusa un più alto numero di sintomi rispetto alla pre-separazione. Inoltre, la separazione incide negativamente nel rapporto padri-figli: il 68% dei padri (46,3% delle donne) intervistati riconosce un cambiamento importante a seguito della separazione; tra i padri che riconoscono un cambiamento il 58,2% denuncia un peggioramento nella qualità dei rapporti (le madri al contrario riconoscono per lo più un miglioramento).

Tra i separati/divorziati che si sono rivolti ai centri di ascolto della Caritas la gran parte è di nazionalità italiana (85,3%); in termini di genere c'è una leggera prevalenza delle donne (53,5%), rispetto agli uomini (46,5%) anche se si può parlare quasi di un'equa divisione. Il 42,9% è coinvolto in separazioni legali, il 28,1% in separazioni di fatto e il 22,8% in procedimenti di divorzio. Nel Rapporto un capitolo è dedicato al giudizio della Caritas europea che boccia senza appello la Troika e la politica di austerità imposta da Ue, Bce e Fmi ai paesi travolti dallo Tsunami dei debiti sovrani negli ultimi cinque anni. Il secondo "Rapporto sulla crisi" messo a punto dall'organizzazione cattolica - 114 pagine di analisi sui dati finanziari ed economici dei conti dei cosiddetti Piigs (Italia compresa) - è durissimo. "La politica di austerità non funziona. Serve e presto, un’alternativa", precisa lo studio. A cinque anni dall’inizio della crisi la disoccupazione è in aumento, 124 milioni di persone (il 25% dei cittadini dei 27) vivono sulla soglia della povertà. Nello stesso tempo i tagli ai servizi sociali riducono molta gente in condizioni molto difficili "colpendo alla fine la parte più debole della società".

"A Bruxelles continuano a dirci che la crisi è finita - ha raccontato presentando lo studio Thorfinnur Omarsson, portavoce della Caritas -. Ma a noi risulta il contrario. E a pagare il pedaggio più salato alla recessione sono le persone che di sicuro non l'hanno causata". Come? Il rapporto non lascia dubbi: "L'accesso ai servizi sanitari universali si sta restringendo, con un impatto pesante sulla salute dei cittadini europei. E i paesi in difficoltà sono quelli dove si stanno aprendo i gap maggiori tra ricchi e poveri". La conclusione è tranchant. La politica lacrime e sangue imposta dalla Troika è "un processo iniquo, sbagliato economicamente e ingiusto". "L’opposto di quello che prevedeva la strategia di inclusione di Europa 2020". "Stiamo assistendo a una situazione in cui le disuguaglianze stanno crescendo e si sta creando una classe di nuovi poveri", ha spiegato Artur Benedyktowitz, responsabile politici sociali della Caritas Ue. Il 20% dei più ricchi d'Europa, spiega il rapporto, guadagna cinque volte quello che entra in tasca al 20% più povero.

Cosa si deve fare ora? Trovare subito una politica alternativa, suggerisce l'organizzazione. "Nessuno dice che non servano riforme strutturali - dice la Caritas -. Ma bisogna implementarle tenendo conto molto di più delle loro conseguenze strutturali". Le banche - continua iol rapporto - "devono pagare per i loro errori. E le colpe delle loro scommesse finanziarie non vanno scaricate sui depositi dei correntisti". Se non si puiniscono i colpevoli nel mondo della finanza, "si incentiva il comportamento fraudolento". La Troika ha prestato grande attenzione agli interventi fiscali - prosegue lo studio - monitorandoli un centesimo per uno, ma non ha previsto alcun indicatore della situazione sociale dei paesi sotto austerity.
I suggerimenti: inserire indicatori sociali oltre il rapporto deficit/ pil per valutare la bontà delle riforme, più trasparenza sugli interventi della Troika, più monitoraggio sociologico per le fasce più deboli e un salario minimo ai disoccupati, più findi per combattere la diosccupazione giovanile.

La Caritas in numeri: 2.832 centri di ascolto, 767.144 interventi (di ascolto, aiuto materiale, orientamento e consulenza, segretariato sociale, ecc.) erogati nel corso del 2013 a favore di 135.301 persone o famiglie. E poi 561.525 interventi di aiuto materiale a favore di persone e famiglie in difficoltà erogati nel corso del 2013, presso 128 diocesi italiane, di cui 27.894 interventi di alloggio, 478.104 erogazioni di beni e servizi materiali, 37.832 sussidi economici, 17.695 interventi sanitari. Ancora: 92.484 interventi di orientamento, 3583 prestiti erogati dal 2009 al 2013, nell'ambito del Prestito della Speranza (iniziativa anticrisi Cei-Abi), corrispondenti ad un ammontare di oltre 22 milioni di euro. E infine 1148 progetti anti-crisi economica delle diocesi italiane, di cui 163 Fondi diocesani di solidarietà e 143 progetti di microcredito per famiglie o piccole imprese.
da Vita.it

giovedì 27 marzo 2014

FA' LA COSA GIUSTA!

Fiera del Consumo critico e degli stili di vita sostenibili.
Nata nel 2004 a Milano da un progetto della casa editrice Terre di mezzo, Fa' la cosa giusta!, fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, si prepara a vivere la sua undicesima edizione dal 28 al 30 Marzo 2014 e si svolgerà come di consueto presso i padiglioni 2 e 4 di Fieramilanocity, storico quartiere fieristico di Milano.
Fa' la cosa giusta!, fin dalla sua prima edizione, ha come obiettivo quello di diffondere sul territorio nazionale le "buone pratiche" di consumo e produzione e di valorizzare le specificità e le eccellenze, in rete e in sinergia con il tessuto istituzionale, associativo e imprenditoriale locale.

L'esperienza del marzo scorso si è conclusa con la presenza di 72.000 visitatori (+8% rispetto 2012), 700 realtà espositive, 3.300 studenti e 750 giornalisti accreditati, 170 appuntamenti culturali. Un mondo dell'economia solidale rappresentato in vari contesti e in costante crescita.

In questi anni è infatti cresciuto notevolmente l'interesse per il mondo che si riconosce nella definizione di "Economia Solidale": un sistema di relazioni economiche e sociali che pone l'uomo e l'ambiente al centro, cercando di coniugare sviluppo con equità, occupazione con solidarietà e risparmio con qualità. Sempre più realtà produttive, infatti, intraprendono un percorso di sostenibilità ambientale e responsabilità sociale e, al contempo, cresce il numero di cittadini consapevoli dell'importanza e della forza che risiede nella loro capacità di partecipazione diretta e nelle loro scelte di acquisto.

Il circuito nazionale comprende oggi:
Fa' la cosa giusta! Trento (IX edizione - 25-27 ottobre 2013)
Fa' la cosa giusta! Sicilia (II edizione - 8-10 Novembre 2013 Palermo)

Le due anime di Fa' la cosa giusta!, quella culturale e quella espositiva si evidenziano nel susseguirsi di oltre 170 appuntamenti, tra tavole rotonde, convegni, laboratori e spettacoli e nei 700 espositori che danno vita alla mostra/mercato costituita da 11 sezioni tematiche:
ABITARE GREEN
Arredamento eco-compatibile, equo e solidale; design per la sostenibilità e l'accessibilità; studi di progettazione sostenibile, autocostruzione, complementi d'arredo con materiali naturali o di riciclo, detersivi eco compatibili, aziende di raccolta dei rifiuti e di macchine e sistemi per la raccolta e il riciclo, bio-edilizia e bio-architettura, risparmio energetico, agevolazioni fiscali e finanziamenti etici, energia prodotta da fonti rinnovabili. Spazio Orti e giardini.

COMMERCIO EQUO e SOLIDALE 
Empori e botteghe del mondo, produttori del Sud del mondo, associazioni di rappresentanza del commercio equo e solidale.
COSMESI NATURALE E BIOLOGICA
Prodotti per la bellezza, la cura del corpo e l'igiene personale.
CRITICAL FASHION
"Consumare moda critica" significa dedicare attenzione non solo allo stile e alle tendenze, ma anche e soprattutto alle caratteristiche etiche dei capi che si indossano; il vestire acquista sempre più un valore simbolico, diventa il tramite per un messaggio relativo ai nostri valori, alla nostra identità, al nostro stile di vita.

EDITORIA E PRODOTTI CULTURALI 
Siti, periodici, case editrici, case di produzione cinematografica e discografica, gruppi, associazioni, cooperative, imprese impegnate nella produzione e/o distribuzione di progetti e prodotti culturali.

IL PIANETA DEI PICCOLI
Abbigliamento, arredamento, giochi, prodotti per l'igiene personale e per la cura del bambino.

MANGIA COME PARLI 
Aziende agricole (produttori e trasformatori) e distributori biologici e biodinamici; realtà che difendono la biodiversità; produttori locali a "Km 0"; associazioni e istituzioni impegnate in progetti di educazione all'alimentazione e in difesa della sovranità alimentare, consorzi di tutela dei prodotti tipici.
MOBILITA' SOSTENIBILE
Associazioni, enti pubblici e imprese profit e non profit impegnate nella diffusione di strumenti di mobilità sostenibile: bicicletta, trasporto pubblico, car sharing, car pooling, apparecchi elettrici e a idrogeno.
PACE E PARTECIPAZIONE
Associazioni locali e nazionali, distretti e reti, campagne, gruppi informali, gruppi d'acquisto, associazioni per la pace e la nonviolenza, Ong, volontariato, banche del tempo, comunità di vita, associazioni di tutela dei consumatori (Salone dei Consumatori), sindacati
SERVIZI PER LA SOSTENIBILITA'
Servizi vantaggiosi e sostenibili dal punto di vista sociale e ambientale.

TURISMO CONSAPEVOLE
Associazioni, enti pubblici, imprese profit o non profit e altre realtà impegnate nell'organizzazione e nella promozione di un turismo rispettoso dell'ambiente, dei diritti dei popoli e dei lavoratori


martedì 25 marzo 2014

Mettiamoci InMovimento, al via la consultazione online

Da oggi al via la consultazione online della piattaforma civica proposta da Vita in collaborazione con Fondazione Ahref. 



È il punto di intersezione tra concetto di “media” (ovvero uno strumento per trasmettere, per “mediare”) e l’attivazione come espressione più compiuta di una cittadinanza responsabile. Il tutto, in una forma semplice, immediata, fruibile nel modo più aperto e accessibile: una piattaforma web. Per dirla con Henry Jenkins, i media civici possono essere definiti come «media usati per promuovere e amplificare l’impegno civico».
In Italia il primo esperimento compiuto di realizzazione e messa a disposizione di questo strumento di cittadinanza attiva è stato tradotto in realtà da Fondazione <Ahref, che con la piattaforma Civici ha messo a disposizione di cittadini, partiti, organizzazioni e istituzioni uno strumento per discutere, condividere e organizzare le proposte di una comunità. «Abbiamo esordito con tantissimo entusiasmo, ma anche con molte ansie, lanciandoci con una versione beta e aprendo il confronto su un tema chiave come le proposte di Riforma Costituzionali», spiega Adolfo Frediani, project manager di Fondazione <Ahref. «E, nonostante fosse un esordio assoluto, ha funzionato». Un battesimo del fuoco che ha dimostrato, su una tematica pur così complicata e aperta potenziali “divagazioni”, che le regole che governano la piattaforma e la partecipazione collaborativa sono chiare, sono immediatamente comprese, e consentono di costruire dialogo «senza generare quel “rumore” generato da chi spesso partecipa ai forum di discussione solo perché ha del tempo da perdere. Qui, invece, si entra e si porta il proprio contributo di idee, ma per costruire», chiarisce Frediani, elencando le “regole di ingaggio” della piattaforma: ogni utente può partecipare portando un solo commento per ogni proposta, evitando così “l’effetto replica” in cui si avvitano i forum; è possibile allegare documentazione a supporto del proprio contributo; al momento del login è richiesta una sorta di autocertificazione dei criteri di comportamento, «il che allunga un po’ i tempi di login», spiega Frediani, «ma è già un’assunzione di responsabilità e di serietà da parte dell’utente».  
È su questo strumento, e grazie ai consigli e all’esperienza dello staff di Civici, che Vita ha deciso di mettere in condivisione e aprire alla discussione e al contributo ideale di tutti “InMovimento”, la piattaforma di attivazione civica – incardinata su sette verbi chiave – che chiama a ridefinire, insieme, i termini dell’impegno per la costruzione del bene comune. Sette temi, dunque, che danno la possibilità a ogni utente di contribuire al dibattito portando sette idee  sette innovative visioni del futuro.  «La Piattaforma di temi di attivazione che Vita propone è una bella sfida per la piattaforma Civici», sottolinea Frediani, «perché ci consente, in un certo senso, di sperimentarne a fondo le potenzialità del sistema. Vengono rimessi alla discussione degli utenti più temi, su più aree di dibattito diverso, dove anche la possibilità di apportare contributi, allegare documenti e buone pratiche è molto ampia. Consente anche a noi, insomma, di metterci "in movimento"».
Da parte di Vita, sottolinea il presidente Riccardo Bonacina, “Ci aspettiamo un contributo vero e consapevole da parte di cittadini e organizzazioni per precisare e dare più sostanza alla Piattaforma civica che noi abbiamo solo abbozzato con l'aiuto del nostro Comitato editoriale (64 organizzazioni di Terzo settore ndr) incardinandola intorno a sette verbi: educare, donare, produrre, cooperare, lavorare, curare e recuperare. Con l'obiettivo, dichiarato dallo stesso manifesto, quello diriconvocare il mondo che raccontiamo da ormai 20 anni, quello dell’Italia che s’ingaggia per il cambiamento e la risposta ai bisogni. Il nostro impegno personale e quello delle nostre organizzazioni, in questi anni, sono innanzitutto modi di esercitare la cittadinanza, sono una forma attiva di partecipazione alla  costruzione del bene comune e dell’interesse generale. Per il cambiamento di questo Paese  e dei luoghi  in cui viviamo, per farla finita con l’autoreferenzialità, per smettere di lamentarsi e praticare la sola rivoluzione che cambia, quella della positività e delle esperienze. Il Terzo settore è nato con la voglia di cambiare il mondo, non per difendere se stesso, ma per cambiare la realtà e le cose, le relazioni tra i viventi. Da qui vogliamo ripartire rimettendoci Inmovimento”.
Per aderire: inmovimento@vita.it
Per partecipare al dibattito e alla composizione della piattaforma civica, anche tramite l’invio di materiali: http://inmovimento.civi.ci/


lunedì 24 marzo 2014

24 marzo : Giornata mondiale dell'Acqua 2014

24 marzo : Giornata mondiale dell'Acqua 2014

L’acqua è fonte di vita. Senza acqua non c’è vita.
La risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel luglio 2010 ha sancito che l’accesso all’acqua potabile ed ai servizi igienico-sanitari è un diritto umano, cioé universale, indivisibile ed imprescrittibile. Gli Stati nazionali hanno il dovere di assicurare acqua di buona qualità, accessibile ad una distanza ragionevole dalla propria casa. La effettiva concretizzazione del diritto umano all’acqua costituisce la grande sfida a cui tutti i Parlamenti nazionali e la comunità internazionale devono dare, in tempi brevi, una risposta concreta.
L’Italia è stata tra i Paesi che hanno votato la risoluzione ONU e pertanto compete al Parlamento italiano coerentemente con questo atto politico concretizzare il diritto umano all’acqua per tutti con una legislazione che sancisca il recepimento del principio sancito da questa risoluzione.
Il diritto all’acqua è un diritto inalienabile: dunque l’acqua non può essere proprietà di nessuno, bensì bene condiviso equamente da tutti.
In funzione, di crescenti livelli di povertà e difficoltà economiche da parte di alcune fasce sociali a pagare le tariffe dell’acqua, è urgente dotare il nostro Paese di una legge nazionale che sancisca e garantisca il diritto ad una quantità minima di acqua potabile e che contenga norme per garantire l’accesso all’acqua anche nelle aree più povere del mondo.
Oggi sulla Terra oltre un miliardo e cinquecento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. Si prevede che nel giro di pochi anni tale numero raggiunga i tre miliardi. Il principale responsabile di tutto ciò è il modello neoliberista che ha prodotto una enorme disuguaglianza nell’accesso all’acqua, generando oltretutto una sempre maggior scarsità di quest’ultima, a causa di modi di produzione distruttivi dell’ecosistema.
L’acqua è fonte di vita per tutte le specie viventi e per il buon funzionamento degli ecosistemi del Pianeta.
L’acqua costituisce pertanto un bene comune dell’umanità, un bene irrinunciabile e che appartiene a tutti.
L'acqua, non può essere annoverata - anche in ossequio della volontà popolare espressa dai cittadini nel referendum del Giugno 2011 - tra le “commodity” perché l’acqua non è una merce. E’ necessario, pertanto, dotare il nostro paese di un quadro legislativo nazionale che sancisca la natura pubblica del “servizio idrico integrato (SII)” e lo sottragga dai servizi pubblici locali di rilevanza economica (SIEG).
Il mantenimento del servizio idrico fra quelli a “rilevanza economica” conferma la natura di “commodity” dell’acqua e comporta l’assoggettamento del SII alle regole del mercato, quindi della concorrenza. A riguardo è opportuno rilevare che la Commissione Europea ha recepito queste istanze. Infatti l'accordo sulle nuove norme UE per le concessioni ricorda che gli Stati membri restano liberi di decidere come desiderino siano eseguiti i lavori pubblici o erogati i servizi - in house o esternalizzandoli a società private. La nuova direttiva "non impone la privatizzazione delle imprese pubbliche che forniscono servizi al pubblico", aggiunge il testo. Inoltre, i deputati hanno riconosciuto la particolare natura dell'acqua come un bene pubblico, accettandone l'esclusione dal campo di applicazione delle nuove regole.
Per funzionare correttamente ogni società ha bisogno di “possedere”, promuovere e “governare” insieme una serie di beni e servizi comuni pubblici. L’acqua è anzitutto un sistema locale di vita. La gestione pubblica e partecipata del servizio idrico a tutela dell’acqua come “bene comune” significa adottare una nuova “economia” (“regole della casa”), cioè rilanciare il ruolo delle città e la partecipazione dei cittadini.
Per questo affermiamo che arrestare i processi di privatizzazione dell’acqua assume, nel XXI secolo, sempre più le caratteristiche di un problema di civiltà, che chiama in causa politici e cittadini, che chiede a ciascuno di valutare i propri atti, assumendosene la responsabilità rispetto alle generazioni viventi e future.
Le lotte per il riconoscimento e la difesa dell’acqua come bene comune hanno acquisito in questi anni una rilevanza e una diffusione senza precedenti, assumendo anche nuovi significati ed approfondimenti.
Da una parte, le lotte contro la privatizzazione e per il diritto d’accesso all’acqua e alle risorse naturali sono state il motore di cambiamenti sociali e politici epocali in diversi continenti, a partire dall’America Latina dove paesi come l’Uruguay, la Bolivia, il Venezuela e l’Ecuador, hanno rescisso i contratti con le grandi multinazionali e inserito nelle proprie Costituzioni l’acqua come diritto umano universale e la gestione partecipativa e comunitaria del servizio idrico.
Dall’altra si deve considerare che anche in Europa, diverse città hanno intrapreso processi di ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico. La città di Parigi nel 2010 ha portato a termine il processo di ripubblicizzazione dell’acqua liquidando 25 anni di gestione in mano a Suez e Veolia, le due più grandi multinazionali dell’acqua, sconfitte nel cuore del loro impero. Percorso simile è stato seguito a Berlino dove ad inizio 2011 si è svolto un referendum cittadino in cui è prevalsa la posizione a favore di un ritorno alla gestione pubblica dell'acqua. Attualmente l'amministrazione municipale ha avviato la procedura per la riacquisizione delle quote di proprietà del partner privato Veolia. Più in generale le lotte per l’accesso all’acqua tendono sempre più a divenire strumento di costruzione di pace contro la guerra globale, oggi sempre più determinata dalla competizione per il controllo delle risorse naturali strategiche, di cui l’acqua è la più importante.
Anche nel nostro Paese l’importanza della questione acqua ha raggiunto nel tempo una forte consapevolezza sociale e una capillare diffusione territoriale, aggregando culture ed esperienze differenti e facendo divenire la battaglia per l’acqua il paradigma di un altro modello di società.
E’ un percorso che parte da lontano. Nel 2003, dichiarato dall’ONU Anno mondiale dell’acqua, proprio a Firenze si svolse il Forum Mondiale Alternativo dell’Acqua che, ispirandosi al concetto di acqua come bene comune necessario alla vita, bocciò le politiche fondate sulla trasformazione dell’acqua in merce.
Da allora sono state decine e decine le vertenze che si sono aperte nei territori contro la privatizzazione dell’acqua e per un nuovo governo pubblico e partecipato della stessa.
La necessità di mettere in rete e collegare fra loro queste diverse esperienze, unita alla consapevolezza che per poter produrre un cambiamento effettivo occorreva costruire sull’acqua una vertenza di dimensione nazionale, sono state il terreno di coltura che ha permesso nel marzo 2006 la nascita del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, una rete costituita da centinaia di comitati territoriali e decine di reti nazionali, associative, sindacali e politiche.


La mobilitazione sociale a favore di una gestione pubblica e partecipativa dell'acqua è proseguita in tutti questi anni e ha registrato un passaggio fondamentale il 12 e 13 Giugno 2011, quando i referendum hanno di nuovo raggiunto il quorum e sono tornati ad essere lo strumento di democrazia diretta che la Costituzione garantisce. La maggioranza assoluta delle italiane e degli italiani ha votato Sì ai due referendum per l'acqua bene comune: oltre il 95% dei votanti si è espresso dunque in favore della fuoriuscita dell'acqua da una logica di mercato e di profitto.

La straordinaria partecipazione alla campagna referendaria e il fatto che circa 27 milioni di cittadine e cittadini abbiano votato il 12 e 13 giugno sono il segnale di quanto il tema dell'acqua abbia suscitato interesse nell'opinione pubblica.
Inoltre la vittoria dei Sì per oltre il 95% indica quale sia la strada da percorrere e crediamo che la legge d'iniziativa popolare in oggetto sia assolutamente conseguente all'espressione della volontà popolare.
La proposta di legge presentata risponde, quindi, all'urgenza di dotare il nostro paese di un quadro legislativo unitario rispetto al governo delle risorse idriche come bene comune, introducendo modelli di gestione pubblica e partecipata del servizio idrico in attuazione dell’esito referendario.

Le finalità sottostanti la proposta di legge possono essere cosi sintetizzati:
  • Sancire il riconoscimento del diritto all’acqua come diritto umano universale da garantire ad ogni cittadino stabilendo una quantità minima garantita a carico della fiscalità generale.
  • Tutelare il patrimonio idrico come bene comune pubblico inalienabile, a tutela delle future generazioni, e gestito al di fuori delle regole del mercato e sotto la competenza di un unico organo politico (Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare).
  • Salvaguardare le risorse idriche come bene comune pubblico indispensabile per tutte le specie viventi e l’ecosistema.
  • Introdurre Piani di gestione e tutela delle acque, a livello di distretti idrografici (ciclo idrologico) finalizzati ad un governo delle relazioni tra acqua, agricoltura/cibo, salute ed energia.
  • Istituire forme/metodi di informazione e consultazione preventiva dei cittadini rispetto alle decisioni.
  • Classificare il servizio idrico, inteso quale insieme delle attività di captazione, adduzione e distribuzione di acqua a usi civili, fognatura e depurazione delle acque reflue, come servizio pubblico locale di interesse generale, privo di rilevanza economica.
  • Definire che la gestione del servizio idrico integrato può essere affidato esclusivamente ad Enti di diritto pubblico.
  • Adottare i bacini idrografici come unità di pianificazione territoriali dell’acqua come bene comune.
  • Introdurre criteri per il finanziamento del diritto all’acqua ed attraverso la tariffa l’accesso ad un uso responsabile delle risorse idriche e definire le modalità di finanziamento del servizio idrico integrato attraverso la fiscalità generale, specifica, finanza pubblica e la tariffa.
  • Identificare alcune fonti di finanziamento a sostegno dei processi di ripublicizzazione.
  • Adottare strumenti di finanziamento finalizzati a garantire l’accesso all’acqua nelle aree più povere del pianeta attraverso progetti di cooperazione e solidarietà internazionale.
A cura della Redazione.