«La
mia Reyhaneh è stata impiccata. Aveva
la febbre mentre danzava sul patibolo».
Shole Pakravan piange così la figlia di 26 anni su Facebook, il
giorno prima di accompagnare la bara al cimitero di Teheran.
«Domani alle 10 del mattino saluterò la sua salma…. Sono
un soldato che ha perso il suo comandante e il suo amore, seduto sul
mare senza fine della tristezza»,
continua Shole, un’attrice teatrale. E nelle sue parole
riecheggiano i versi del poeta sufi Mansour Hallaj, un tempo anche
lui finito sulla forca. Poco dopo, Shole risponde al telefono dalla
sua casa di Teheran. «Il vero responsabile di tutto questo — dice
al Corriere —
è
il potere giudiziario iraniano».
Sua
figlia Reyhaneh Jabbari, un’arredatrice di interni, è stata
giustiziata ieri all’alba per l’omicidio di un medico ed ex
funzionario dell’intelligence, Mortaza Abdolali Sarbandi.
Nel 2009 durante il processo, la ragazza aveva sostenuto di
averlo pugnalato per legittima difesa. Aveva raccontato di averlo
conosciuto in un internet café: lui, sentendola parlare di lavoro,
le si era avvicinato e le aveva offerto un impiego (arredare il suo
ufficio); poi però l’aveva portata in un appartamento e aveva
tentato di stuprarla; e lei l’aveva pugnalato con un coltello
tascabile ed era fuggita. Reyhaneh sosteneva che le ferite
inflitte non avrebbero da sole potuto ucciderlo, e aveva additato
come assassino un misterioso terzo uomo di nome Sheikhy, giunto
mentre lei scappava. Ma i giudici l’hanno giudicata colpevole di
omicidio premeditato. Un processo cheAmnesty
International e
altre organizzazioni per i diritti umani definiscono «viziato» —
tra prove sparite, limitazioni a vedere l’avvocato, confessioni
estorte in isolamento. C’è anche chi crede che il caso sia stato
insabbiato proprio perché un uomo dell’intelligence era stato
additato come stupratore.
Per
anni, la madre ha condiviso su Facebook l’attesa, la paura, la
rabbia. È stato soprattutto grazie ai suoi messaggi che è
nata la campagna internazionale che chiedeva un nuovo processo, più
equo. Una campagna cresciuta negli ultimi mesi, con l’appoggio di
diversi artisti iraniani e un totale di 240.000 firme. Ma non è
bastata a salvarla.
L’ultima
speranza era il perdono della famiglia dell’uomo ucciso: poteva
rinunciare ad applicare la legge del taglione (qisas). Ma Jalal
Sarbandi, il figlio, ha rifiutato. Era in piedi davanti alla forca
ieri con due parenti, per far rispettare «il diritto di
sangue» di suo padre. Molti commenti su Facebook si scagliavano
contro di lui. Ma Shole spiega al telefono di non nutrire astio nei
suoi confronti, di considerare responsabile il regime.
Ha
potuto dire addio alla figlia venerdì, faccia a faccia,
ma non è stata ammessa all’esecuzione. Ha
passato la notte con un’ottantina di sostenitori davanti al
carcere, piangendo e chiedendo aiuto a Dio. Per
due volte, in passato, la sentenza di morte contro Reyhaneh era stata
sospesa: ad aprile e poi a fine settembre. «Mamma,
devi lasciarmi andare, basta»,
l’aveva supplicata la figlia. Shole voleva ascoltarla, tanto che
aveva scritto su Facebook: «Da oggi mi siederò in silenzio in un
angolo. Non scriverò più nulla». Ma non poteva tacere, doveva
cercare di salvarla.
domenica 26 ottobre 2014
venerdì 24 ottobre 2014
ORGANIZER! For all!
Giornata
formativa “Organizer” nell'ambito del progetto “ Il
volontariato cosentino, fra memoria e testimonianze”
Si
terrà presso il CSV Cosenza, venerdì 31 ottobre dalle 15 alle
17.00, il corso di formazione rivolto alle organizzazioni di
volontariato, alle associazioni del territorio ma anche ai volontari
e ai tanti potenziali volontari che vorranno saperne di più sulla
conservazione,
fruibilità e valorizzazione della documentazione bibliografica e di
archivio delle associazioni. Il corso, denominato “Organizer” è
condotto dalla dott.ssa Giusi Ielitro del CSV Cosenza, ed è stato
organizzato nell'ambito delle Map 2014 come percorso tematico
all'interno del progetto “Il volontariato cosentino, fra memoria e
testimonianze” dall'Anteas Cosenza, promotore dell'iniziativa e in
collaborazione con il partneriato composto da Cif Comunale Cosenza,
Alt, Be Equal. Il progetto articolato in varie fasi propone una
giornata formativa allo scopo di
facilitare le pratiche per la conservazione, la fruibilità, la
valorizzazione della documentazione bibliografica e di archivio
posseduta dalle associazioni e imparare a catalogare la rassegna
stampa. Gestire correttamente la documentazione prodotta è
fondamentale per conservare la
memoria storica, favorire gli
studi e la ricerca sui
temi di cui le associazioni si occupano, rendendo disponibile un
patrimonio documentario spesso unico ed originale. Imparare a
catalogare, archiviare e rendere gestibile la documentazione storica
del proprio ente agevola e facilita la
progettazione e lo sviluppo delle
attività delle associazioni, grazie alla conoscenza e allo studio di
quello che è stato già realizzato nel passato migliorando
l'efficienza
e la qualità dei servizi,
grazie ad archivi bene organizzati. La giornata formativa
verterà sulle modalità di catalogazione, registrazione descrizione
e classificazione di tutte le tipologie di documenti prodotti
seguendo metodi corretti per individuare e conoscere i prodotti
realizzati e documentarli in modo opportuno. L'apprendimento quindi
si focalizzerà sull'attività di archiviazione delle informazioni
raccolte secondo precisi criteri, in quanto la salvaguardia e la
conservazione delle proprie testimonianze storiche non può
prescindere dalla conoscenza della loro effettiva consistenza e dal
loro studio analitico e scientifico. La
catalogazione, raccogliendo in modo organizzato le informazioni sui
documenti e prodotti realizzati, secondo un 'percorso' conoscitivo,
controlla e codifica l'acquisizione dei dati secondo precisi criteri,
offre un supporto fondamentale e si concretizza nell'individuazione,
nello studio e nelle conseguenti operazioni volte alla protezione e
alla conservazione della loro integrità. Il corso è aperto e
gratuito e al termine della giornata sarà rilasciato un attestato di
partecipazione.
mercoledì 22 ottobre 2014
Zamagni: alle radici del pensiero unico
L'economista analizza la società che oggi eleva tutti i desideri a diritti. «Vale per l’economia come per le scienze sociali, il diritto, la bioetica. L’individualismo libertario tende a far credere che le preferenze degli individui abbiano lo stesso statuto dei loro diritti»
Da
formula di cortesia – o d’amore, o di piaggeria – quel «ogni
tuo desiderio è un ordine» è diventato principio giuridico. Non
c’è gruppo di attivisti che non reclami il riconoscimento per
legge dei propri desiderata, elevati a “diritti”. E guai a
contestare queste pretese, magari nel nome di valori che guardano
appena un po’ più in là dei gusti personali: scatta
immediatamente il “politicamente corretto”, che censura chiunque
osi porre un argine tra desiderio e diritto. Una reazione da
“totalitarismo culturale”, da “pensiero unico”:
«Un’espressione – illustra l’economista
Stefano Zamagni –
relativamente recente e collegata al concetto sviluppato dal
politologo inglese Irving Janis fin dal titolo del suo saggio del
1972 Victims of groupthink (“Vittime del pensiero di gruppo”).
Nel pensiero di gruppo, gli individui che lo compongono credono,
senza alcuna costrizione, alla verità di quanto elaborato da loro
stessi o da chi riconoscono come autorità di riferimento».
Come
ci si arriva?
«L’idea,
nata studiando le sette religiose, si è poi estesa anche ad altri
ambiti. Oggi per esempio i jihadisti sono espressione di un pensiero
di gruppo: sono veramente convinti di combattere per la giusta causa,
e lo fanno non perché minacciati o retribuiti, ma per seguire
l’indicazione del califfo. Ebbene, tra gli anni ’80 e i ’90
questo concetto ha trovato spazio anche in economia, con
l’affermazione del modello teorico neoliberista. Inizialmente le
cose andavano talmente bene che c’erano economisti (anche premi
Nobel) che ritenevano concluso il loro compito, giacché ormai
avevano trovato un modello capace di diffondere ovunque il benessere
e la stabilità dei mercati».
Erano
gli anni in cui Francis Fukuyama teorizzava la «fine della storia»
dopo il trionfo dell’Occidente capitalista sul comunismo...
«Sì,
ma non solo: il pensiero unico neoliberista aveva dalla sua anche
altre due armi di seduzione. La prima era l’eleganza dello
strumento matematico. La matematica ha un forte potere persuasivo:
quando un teorema “è dimostrato”, l’uomo della strada finisce
per crederci, dimenticando che – come ricordano i matematici seri –
ogni teorema è valido solo sotto determinate assunzioni di partenza.
In ambito finanziario il “modello di Black-Scholes-Merton” è
raffinatissimo dal punto di vista matematico e “dimostrava” come
i mercati fossero in grado di auto-correggersi tendendo alla
stabilità».
E
l’altra “arma”?
«Il
successo immediato: grazie a quel modello fino al 2007 si sono fatti
soldi a palate. La supposta solidità teorica sembrava confermata dai
fatti, e la conferma dei fatti contribuiva a diffondere il modello.
Naturalmente oggi sappiamo che conteneva errori».
Quali?
«Il
principale fu assumere che il rischio finanziario sia sempre esogeno,
che cioè provenga sempre dal fattori esterni al sistema: lo rendo
tanto più piccolo, quanto più aumento il volume delle transazioni
finanziarie. È così che è nata la bolla speculativa dei derivati,
sulla quale siamo franati perché invece il rischio era endogeno e
quindi aumentava via via che aumentava lo spazio della finanza. I
derivati sono stati creati in obbedienza al pensiero unico: per
aumentare il numero delle transazioni».
E
adesso a che punto siamo?
«Il
re è nudo: quella teoria non è più in grado di suggerire linee
d’azione. Ci troviamo in un limbo, ma io sono ottimista: la storia
del pensiero economico insegna che dall’incertezza entro poco nasce
un nuovo pensiero. Fu così nel ’700, quando dopo il mercantilismo
si affermarono l’economia civile in Italia (Genovesi, Filangieri,
Dragonetti) e l’economia politica in Scozia (Smith); fu così dopo
la crisi del 1929, quando emerse Keynes. Oggi anche ex difensori del
pensiero unico – come i Nobel Stiglitz, Phelps e Krugman – hanno
cambiato direzione, per non parlare di Amartya Sen, che ha cominciato
a criticarlo fin dagli anni ’70... Si sta preparando una nuova
rivoluzione scientifica».
Ma
se il politico continua a delegare al tecnico le proprie decisioni,
non c’è il rischio di cadere subito negli stessi
errori?
«L’economia
deve essere autonoma, ma non separata dall’etica e dalla politica.
Occorre ribaltare il principio del “Noma” (Non-overlapping
magisteria) teorizzato fin dal 1829 da Richard Whateley, che sostiene
che “i magisteri non si sovrappongono”, che per essere scienza
l’economia non deve mescolarsi all’etica e alla politica.
Business is business. Per evitare di riprodurre il pensiero unico
bisogna garantire il pluralismo, invece negli ultimi decenni i fondi
di ricerca, le cattedre universitarie, gli spazi di pubblicazione
andavano solo agli “allineati”. Questa è dittatura del
pensiero».
Una
dittatura che non si limita al campo economico...
«Vale
per l’economia come per le scienze sociali, il diritto, la
bioetica. L’individualismo libertario tende a far credere che le
preferenze degli individui abbiano lo stesso statuto dei loro
diritti: se preferisco diventare donna e generare un figlio devo
poterlo fare, se preferisco scegliere come dev’essere fatto il mio
bambino devo poterlo fare... Eppure non c’è solo il “diritto”
dell’adulto che decide: c’è anche, per esempio, quello del
nascituro. Che non viene mai riconosciuto, perché non c’è nessuno
che possa “negoziare” in vece di chi non ha voce».
Ma
questa è la teoria liberale classica: mediazione tra diritti che
confliggono…
«I
vecchi liberali erano persone serie... John Stuart Mill diceva che le
preferenze devono avere sfogo fino a quando compatibili con i diritti
di tutti. Era lo spirito della prima rivoluzione dell’individualismo,
quella illuminista di fine ’700. A fine ’900 invece la seconda
rivoluzione ha imposto il pensiero unico di un individualismo non più
liberale ma libertario – per il quale le preferenze dell’individuo
hanno lo stesso statuto dei diritti. Ed è reso ancor più pericoloso
dal fatto che oggi la tecnologia consente di ottenere quello che un
tempo non si poteva nemmeno immaginare». di
Edoardo Castagna da avvenire.it
Come ci si arriva?
«L’idea, nata studiando le sette religiose, si è poi estesa anche ad altri ambiti. Oggi per esempio i jihadisti sono espressione di un pensiero di gruppo: sono veramente convinti di combattere per la giusta causa, e lo fanno non perché minacciati o retribuiti, ma per seguire l’indicazione del califfo. Ebbene, tra gli anni ’80 e i ’90 questo concetto ha trovato spazio anche in economia, con l’affermazione del modello teorico neoliberista. Inizialmente le cose andavano talmente bene che c’erano economisti (anche premi Nobel) che ritenevano concluso il loro compito, giacché ormai avevano trovato un modello capace di diffondere ovunque il benessere e la stabilità dei mercati».
Erano gli anni in cui Francis Fukuyama teorizzava la «fine della storia» dopo il trionfo dell’Occidente capitalista sul comunismo...
«Sì, ma non solo: il pensiero unico neoliberista aveva dalla sua anche altre due armi di seduzione. La prima era l’eleganza dello strumento matematico. La matematica ha un forte potere persuasivo: quando un teorema “è dimostrato”, l’uomo della strada finisce per crederci, dimenticando che – come ricordano i matematici seri – ogni teorema è valido solo sotto determinate assunzioni di partenza. In ambito finanziario il “modello di Black-Scholes-Merton” è raffinatissimo dal punto di vista matematico e “dimostrava” come i mercati fossero in grado di auto-correggersi tendendo alla stabilità».
E l’altra “arma”?
«Il successo immediato: grazie a quel modello fino al 2007 si sono fatti soldi a palate. La supposta solidità teorica sembrava confermata dai fatti, e la conferma dei fatti contribuiva a diffondere il modello. Naturalmente oggi sappiamo che conteneva errori».
Quali?
«Il principale fu assumere che il rischio finanziario sia sempre esogeno, che cioè provenga sempre dal fattori esterni al sistema: lo rendo tanto più piccolo, quanto più aumento il volume delle transazioni finanziarie. È così che è nata la bolla speculativa dei derivati, sulla quale siamo franati perché invece il rischio era endogeno e quindi aumentava via via che aumentava lo spazio della finanza. I derivati sono stati creati in obbedienza al pensiero unico: per aumentare il numero delle transazioni».
E adesso a che punto siamo?
«Il re è nudo: quella teoria non è più in grado di suggerire linee d’azione. Ci troviamo in un limbo, ma io sono ottimista: la storia del pensiero economico insegna che dall’incertezza entro poco nasce un nuovo pensiero. Fu così nel ’700, quando dopo il mercantilismo si affermarono l’economia civile in Italia (Genovesi, Filangieri, Dragonetti) e l’economia politica in Scozia (Smith); fu così dopo la crisi del 1929, quando emerse Keynes. Oggi anche ex difensori del pensiero unico – come i Nobel Stiglitz, Phelps e Krugman – hanno cambiato direzione, per non parlare di Amartya Sen, che ha cominciato a criticarlo fin dagli anni ’70... Si sta preparando una nuova rivoluzione scientifica».
Ma se il politico continua a delegare al tecnico le proprie decisioni, non c’è il rischio di cadere subito negli stessi errori?
«L’economia deve essere autonoma, ma non separata dall’etica e dalla politica. Occorre ribaltare il principio del “Noma” (Non-overlapping magisteria) teorizzato fin dal 1829 da Richard Whateley, che sostiene che “i magisteri non si sovrappongono”, che per essere scienza l’economia non deve mescolarsi all’etica e alla politica. Business is business. Per evitare di riprodurre il pensiero unico bisogna garantire il pluralismo, invece negli ultimi decenni i fondi di ricerca, le cattedre universitarie, gli spazi di pubblicazione andavano solo agli “allineati”. Questa è dittatura del pensiero».
Una dittatura che non si limita al campo economico...
«Vale per l’economia come per le scienze sociali, il diritto, la bioetica. L’individualismo libertario tende a far credere che le preferenze degli individui abbiano lo stesso statuto dei loro diritti: se preferisco diventare donna e generare un figlio devo poterlo fare, se preferisco scegliere come dev’essere fatto il mio bambino devo poterlo fare... Eppure non c’è solo il “diritto” dell’adulto che decide: c’è anche, per esempio, quello del nascituro. Che non viene mai riconosciuto, perché non c’è nessuno che possa “negoziare” in vece di chi non ha voce».
Ma questa è la teoria liberale classica: mediazione tra diritti che confliggono…
«I vecchi liberali erano persone serie... John Stuart Mill diceva che le preferenze devono avere sfogo fino a quando compatibili con i diritti di tutti. Era lo spirito della prima rivoluzione dell’individualismo, quella illuminista di fine ’700. A fine ’900 invece la seconda rivoluzione ha imposto il pensiero unico di un individualismo non più liberale ma libertario – per il quale le preferenze dell’individuo hanno lo stesso statuto dei diritti. Ed è reso ancor più pericoloso dal fatto che oggi la tecnologia consente di ottenere quello che un tempo non si poteva nemmeno immaginare». di Edoardo Castagna da avvenire.it
martedì 21 ottobre 2014
Nobel per la pace a Malala Yousafzai e Kaliash Satyarthi, paladini dei minori
E proseguendo il nostro discorso sulla pace, parliamo di premio Nobel che quest'anno premia una coppia di attivisti per la loro lotta a favore dei bambini e del loro diritto all’istruzione: una pachistana e un indiano, una musulmana e un hindu
Il
Premio
Nobel per la Pace 2014 è stato assegnato a Malala Yousafzai, la
giovanissima pakistana vittima di un attentato talebano nel 2009, a
12 anni, perché difendeva il diritto delle bambine allo studio e
all’indiano Kailash Satyarthi, 60
anni, attivista dei diritti dei bambini. Lo ha annunciato
Thorbjoern Jagland, il presidente del Comitato del Nobel norvegese al
Nobel Institute di Oslo.
“I
bambini – riporta il comunicato che accompagna il Premio – devono
poter andare a scuola e non essere sfruttati per denaro. Nei Paesi
più poveri del mondo, il 60 per cento della popolazione ha meno di
25 anni; ed è un prerequisito per lo sviluppo pacifico del mondo che
i diritti dei bambini e dei giovani vengano rispettati. Nelle aree
devastate dalla guerra, in particolare gli abusi sui bambini portano
al perpetuarsi della violenza generazione dopo generazione”.
L’Accademia
norvegese ha deciso così di premiare una coppia di attivisti per la
loro lotta a favore dei bambini e del loro diritto all’istruzione,
dando anche un messaggio di distensione tra due Paesi –
India
e Pakistan – in guerra dal 1947, in conflitto oggi per il controllo
della regione di confine del Kashmir: “Crediamo che sia un punto
importante per un hindu e una musulmana, un indiano e una pachistana,
unirsi in una lotta comune per l’educazione e contro l’estremismo”.
Malala
Yousafzay è
la persona più giovane ad avere vinto il premio nella storia di
tutte le categorie del premio. “Nonostante la sua giovane età –
ha scritto il Comitato – già da anni combatte per i diritti delle
bambine all’educazione e ha dimostrato con l’esempio che anche
bambini e giovani possono contribuire a migliorare la situazione. E
lo ha fatto nelle circostanze più pericolose: attraverso la sua
battaglia eroica, è diventata una voce guida per i diritti dei
bambini all’educazione”. Malala è originaria di Mingora, nella
valle dello Swat, nella provincia della Frontiera del Nord-Ovest in
Pakistan. La regione tra il 2007 e il 2009 è finita sotto il
controllo dai taliban, che hanno chiuso le scuole e imposto la legge
islamica. Nel 2009, la ragazzina, all’età di 11 anni, ha
cominciato a scrivere un blog sotto lo pseudonimo Gul Makai sul sito
della Bbc raccontando l’esperienza sua e degli altri bambini sotto
il dominio talebano. Un editto emanato dal leader locale della fine
del 2008 ordinava la cessazione di tutta l’istruzione femminile
entro un mese: se il divieto non fosse stato rispettato, le scuole
avrebbero subìto gravi conseguenze. Il 9 ottobre del 2012 fu colpita
da vari proiettili alla testa e al collo mentre tornava da scuola. A
volerla uccidere erano i talebani pachistani. Ma Malala è
sopravvissuta grazie alle cure ricevute al Combined military hospital
di Peshawar prima, e al Queen Elizabeth hospital di Birmingham, da
cui uscì 3 mesi dopo, sulle sue gambe. A 9 mesi dalla sparatoria, il
12 luglio del 2013, in occasione del suo sedicesimo compleanno, ha
pronunciato un discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite
in cui ha chiesto ai governi di tutto il mondo di impegnarsi nella
difesa dei diritti delle donne e dei bambini. I 10 talebani
sospettati di averla ferita sono stati arrestati il mese scorso.
Mentre a Oslo le assegnavano il premio, Malala Yousafzay era “a
scuola, come sempre” a Birmingham, città dove risiede dal giorno
del ricovero.
Kailash
Satyarthi è
nato 60 anni fa a Vidisha, città del Madhya Pradesh, stato
dell’India centrale. È un attivista dei diritti umani, impegnato
dagli anni ’90 nella lotta contro il lavoro minorile e lo
sfruttamento con la sua organizzazione ‘Bachpan Bachao Andolan’:
la sua azione ha permesso di liberare almeno 80 mila bambini dalla
schiavitù, favorendone la reintegrazione sociale. Il Comitato
del Nobel ha dato atto all’indiano di aver dimostrato “grande
coraggio personale, mantenendo la tradizione di Gandhi, guidando
varie forme di protesta e dimostrazione, tutte pacifiche, contro il
grave sfruttamento dei bambini a scopi di finanziari, contribuendo
anche allo sviluppo di importanti convenzioni internazionali sui
diritti dei bambini”. Negli oltre 25 anni di attività a difesa dei
diritti dei minori, ha partecipato a numerose campagne internazionali
come la Marcia globale contro il lavoro minorile, attirando su di sé
l’attenzione dei media di tutto il mondo. Come presidente della
Marcia, nel maggio 2004 prese la parola in un convegno organizzato da
Cgil, Cisl, Uil e Mani Tese in cui dichiarò: “Basterebbero tre
giorni di spesa militare mondiale, pari a 11 miliardi di dollari, per
far sparire la piaga del lavoro minorile attraverso l’istruzione
data ai 246 milioni di bambini lavoratori”. Nel dicembre 2011 la
sua organizzazione pubblicò uno studio in cui rivelò che in India
scompaiono 11 bambini ogni ora perché vittime del vasto traffico di
esseri umani esistente nel Paese. Ha dedicato il Nobel ai bambini che
vivono in schiavitù: “È un onore per tutti quei bambini che
soffrono in schiavitù, vittime del lavoro forzato e dei traffici”.
venerdì 17 ottobre 2014
Marcia Perugia Assisi 19 ottobre 2014
In cammino per la pace e la fraternità
Cento
anni fa scoppiava in Europa la prima guerra mondiale,
lasciando sul campo più di 10 milioni di morti e 20 milioni di
feriti, mutilati, invalidi. Le centinaia di guerre che sono venute
dopo hanno causato più di duecento milioni di morti, senza contare i
cosiddetti “danni collaterali” (milioni e milioni di donne,
uomini e bambini uccisi o dilaniati dalla fame e dalle malattie
conseguenza delle stesse guerre) e l’immensa quantità di beni e
risorse che sono stati distrutti e sottratti allo sviluppo
dell’intera umanità.
Inutile
strage, avventura senza ritorno, la guerra è un mostro che continua
a uccidere tante
persone in tutto il mondo e minaccia di diffondersi ulteriormente.
Armi micidiali continuano ad essere costruite e accumulate e insieme
alla loro proliferazione incontrollata cresce anche la propensione ad
usarle. Contro questo scenario angosciante abbiamo il dovere di
insorgere!
Dopo
cento anni di orribili massacri e crimini contro l’umanità è
venuto il tempo di riconoscere che la pace è un diritto umano
fondamentale della persona e dei popoli, pre-condizione
necessaria per l’esercizio di tutti gli altri diritti umani.
Un diritto che deve essere effettivamente riconosciuto,
applicato e tutelato a tutti i livelli, dalle nostre città all’Onu.
A
cento anni da quella terribile tragedia la pace è ancora in
pericolo.Troppe
persone precipitano nella povertà e nella disperazione. Succede ogni
giorno in Italia, in Europa e in tante parti del mondo. Troppe
ingiustizie si sommano a troppe disuguaglianze. Troppi problemi
attendono inutilmente di essere risolti. Troppa violenza dilaga senza
limiti né confini. Troppi soldi continuano a riempire il mondo di
armi. Troppe armi alimentano nuove guerre. Troppi egoismi, interessi
e complicità impediscono che le cose cambino. Intanto la crisi
globale fa strazio di vite umane alimentando paure, angosce, sfiducia
e chiusura.
Non
c’è pace senza diritti umani. Lo
sa bene chi non riesce a trovare lavoro, chi non ha cibo e acqua a
sufficienza, chi non può curarsi come dovrebbe. Il mancato rispetto
dei diritti umani fondamentali crea tensioni, conflitti,
disuguaglianze e insicurezza. E finisce per togliere la pace anche a
chi pensava di averla.
Per
uscire da questa crisi dobbiamo riscoprire il valore della
fraternità che
deve improntare tutti gli aspetti della vita, compresa
l’economia, la finanza, la società civile, la politica, la
ricerca, lo sviluppo, le istituzioni pubbliche e culturali. La
globalizzazione della fraternità deve prendere il posto della
globalizzazione dell’indifferenza. La
pace è un bene comune indivisibile. O
c’è per tutti o non c’è per nessuno. Non ci sono più i “fatti
nostri” e quelli “degli altri”. Contribuire alla costruzione di
un futuro migliore per tutti e alla soluzione delle grandi sfide
comuni che incombono è un nostro dovere e un nostro interesse. Ma
noi cosa possiamo fare?
Serve
più responsabilità personale. La
crisi della politica e delle istituzioni ci lascia sempre più soli
davanti a problemi sempre più gravi e complessi. Se davvero vogliamo
la pace dobbiamo essere disponibili a fare la nostra parte. Partire
da noi, da quello che possiamo fare in prima persona, nell’ambito
delle nostre possibilità, ci consente di esigere con ancora più
forza e autorevolezza il cambiamento che si fa sempre più urgente.
La
pace comincia dalle nostre città-mondo. Il
nostro impegno per la pace deve crescere innanzitutto nei luoghi dove
viviamo tutti i giorni, nelle scuole, nei posti di lavoro e nelle
nostre città. Deve essere concreto, aperto e costruttivo. E’ qui,
nelle città-mondo, dove comincia il rispetto dei diritti umani e la
nostra responsabilità di costruttori della pace. E’ qui che
dobbiamo agire per rinsaldare l’agenda interna con quella
internazionale. Ciascuna delle nostre città deve diventare un
laboratorio di quel cambiamento che invochiamo per il mondo intero.
Costruiamo insieme le città della pace e dei diritti umani.
Se
vogliamo la pace dobbiamo educarci alla pace. La
cultura che respiriamo è ancora oggi una cultura di guerra, intrisa
di individualismo, egoismo e indifferenza. Per questo, prima di
tutto, dobbiamo educarci ed educare alla giustizia e alla pace, alla
nonviolenza e ai diritti umani. Tutti si devono sentire
corresponsabili di questo sforzo. Abbiamo bisogno di diffondere e
consolidare un’altra cultura, un’altra scala di valori, un’altra
idea della pace lontana da ogni atteggiamento di rinuncia,
accomodamento e utilitarismo.Abbiamo
bisogno di un’informazione e una comunicazione pubblica di pace,
libera da lacci economici e politici, attenta alla vita reale delle
persone e dei popoli, dell’Europa e del mondo. Investire sui
giovani e sulla loro formazione, consentirgli di essere parte
attiva della comunità “glocale” e del cambiamento epocale che
stiamo vivendo, non è solo un’opportunità per tutti ma un
dovere primario.
Non
c’è pace senza una politica di pace. E
una politica di pace è tale se è tutti i diritti umani per tutti.
Molti problemi sono fuori dalla nostra portata. Ma quello che non
possiamo fare in prima persona lo può e lo deve fare il nostro
paese, l’Italia e l’Europa. L’Italia e l’Europa devono essere
pienamente consapevoli delle sfide che ci investono a partire dal
Mediterraneo e dal vicino Oriente e devono alimentare una politica di
pace e fratellanza, di disarmo e cooperazione fondata sulla
promozione dei diritti umani. Una politica coerente con il progetto
iscritto nella nostra Costituzione e nelle carte fondamentali
dell’Europa e delle Nazioni Unite. L’assenza di questa politica,
il ripiegamento dell’Italia e dell’Europa ci stanno esponendo a
seri pericoli e ci stanno facendo perdere grandi opportunità. Ma noi
non ce lo possiamo permettere. Una fase della nostra storia deve
essere chiusa per cominciarne un’altra. Costruirla dal basso è un
dovere che ci dobbiamo e vogliamo assumere.
Comitato
Promotore Marcia Perugia-Assisi
via
della viola 1 (06122) Perugia, Tel. 335.6590356 - 075/5736890 - fax
075/5739337 email: adesioni@perlapace.it - www.perlapace.it
giovedì 16 ottobre 2014
Eccoci di nuovo dopo le vacanze estive e un periodo di grande operosità. Il nostro blog riprende con novità, iniziative e varie collaborazioni, sempre in ambito sociale. Continuate a seguirci e a inviarci i vostri commenti e se desiderate pubblicare un articolo contattateci con una mail oppure telefonateci ai numeri di riferimento. Be Equal, la redazione.
venerdì 11 luglio 2014
Ecco la riforma del Terzo Settore
Annunciata lo scorso 12 aprile è stata approvata in serata in Consiglio dei Ministri la Legge delega “Riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale”. Ecco l’impianto che siamo in grado di anticipare. Renzi “Il Governo ha mantenuto l'impegno”.
Arrivata
questa sera in Consiglio dei Ministri lo schema di Legge delega al
Governo, che già nel titolo evidenzia i tre assi del cambiamento
annunciato e previsto: “Riforma
del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del
Servizio civile universale”.
“Il
Governo ha mantenuto gli impegni assunti approvando nei tempi
previsti la legge Delega per la riforma del Terzo settore,
dell'impresa sociale e del Servizio civile”. Lo ha affermato
durante la conferenza stampa al termine del Cdm di questa sera il
premier Matteo Renzi. ”Servizio civile universale, 5 per mille
stabilizzato per legge, obbligo di trasparenza per le associazioni
che ne beneficeranno, riforma del Codice civile: sono le tappe di una
grande svolta per il settore, un impegno che ho assunto a Lucca,
all’assemblea delle associazioni di volontariato e che ho
mantenuto”. Il ministro Poletti, ha annunciato Renzi, spiegherà
domani i dettagli della legge Delega, ma c’è compiacimento da
parte del premier per l’arrivo quasi contemporaneo in Parlamento,
”tra una quindicina di giorni – prevede Renzi – della riforma
della Cooperazione, attesa da 27 anni”. Soddisfazione anche per
l’approvazione, anticipa il premier, della possibilità per tutti i
giovani di che lo chiedono accedere al Servizio civile: ”È un modo
per dire ai giovani, voi credete a un concetto bello di patria, a un
patriottismo dolce”, ha concluso Renzi. Questo
l’impianto della legge delega che siamo in grado di
anticipare.
L’art. 1 è dedicato a delineare scopo, tempi e oggetto della Legge delega che dice che il Governo entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della delega deve addottare “uno o più decreti legislativi recanti il riordino e la revisione organica della disciplina degli enti privati del Terzo settore e delle attività che promuovono e realizzano finalità solidaristiche e di interesse generale, anche attraverso la produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale, in attuazione del principio di sussidiarietà, al fine di sostenere la libera iniziativa dei cittadini associati per perseguire il bene comune, elevare i livelli di cittadinanza attiva, coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona e valorizzando al contempo il potenziale di crescita ed occupazione del settore”. I tempi previsti sono perciò ipotizzabili in circa 12 mesi. Sempre all’art. 1 gli obiettivi della legge: a) Revisione del Libro primo, Titolo secondo, del Codice civile scritto nel 1942; b) riordino e al necessario coordinamento delle altre disposizioni vigenti, compresa la disciplina tributaria anche con l’adozione di un Testo Unico; c) revisione della disciplina in materia di impresa sociale; d) revisione della disciplina in materia di servizio civile
L’articolo 2 prevede una delega al governo per disciplinare la costituzione, l’organizzazione, le forme di governo ed il ruolo degli enti che, con finalità ideale e senza scopo di lucro, promuovono e realizzano attività d’interesse generale, di valorizzazione della partecipazione e di solidarietà sociale, ovvero producono o scambiano beni o servizi di utilità sociale, anche attraverso forme di mutualità con fini di coesione sociale. Secondo questi principi: a) riconoscere e garantire il più ampio esercizio del diritto di associazione; b) riconoscere e favorire l’iniziativa economica privata, svolta senza finalità speculative, diretta a realizzare in via principale la produzione o lo scambio di beni o servizi di utilità sociale o d’interesse generale; c)definire le finalità non lucrative e le attività solidaristiche e di interesse generale che caratterizzano gli enti del Terzo settore; d)riorganizzare e semplificare il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica e disciplinare il relativo regime di responsabilità limitata degli enti riconosciuti come persone giuridiche; e) definire forme e modalità di organizzazione e amministrazione degli enti ispirate ai principi di democrazia, uguaglianza, pari opportunità, partecipazione degli associati e dei lavoratori e trasparenza; f) riorganizzare il sistema di registrazione degli enti e di tutti gli atti di gestione rilevanti secondo criteri di semplificazione, attraverso la previsione di un registro unico del Terzo settore; g) valorizzare il ruolo degli enti nella fase di programmazione, a livello territoriale, relativa anche al sistema integrato di interventi e servizi socio-assistenziali, di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale
L’articolo 3 prevede “di procedere al riordino” e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di attività associative, di volontariato e di promozione sociale, in particolare della legge-quadro sul volontariato (legge 11 agosto 1991, n. 266) e della legge di disciplina delle associazioni di promozione sociale (legge 7 dicembre 2000, n. 383). L’articolo 4 si compone di una delega al governo finalizzata al necessario riordino e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di impresa sociale, in particolare della disciplina dettata dal decreto legislativo 24 marzo 2006, n. 155, secondo quanto già indicato nelle Linee Guida del 12 maggio scorso.
L’articolo 5 comprende una delega al governo al fine di procedere al riordino e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di servizio civile, in particolare della disciplina dettata dal decreto legislativo 5 aprile 2002, n. 77 e della legge istitutiva del servizio civile nazionale (legge 6 marzo 2001, n. 64), finalizzata all’istituzione di un servizio civile nazionale universale. Anche qui secondo quanto già indicato nelle Linee guida del maggio scorso ma con due importanti nuove sottolineature: la prima,“definizione dello status giuridico dei giovani ammessi al servizio civile universale, prevedendo l’instaurazione di uno specifico rapporto di servizio civile non assimilabile al rapporto di lavoro, con previsione della non assoggettabilità della prestazione ad alcuna disposizione fiscale o tributaria”. La seconda: riconoscimento e valorizzazione delle competenze acquisite durante l’espletamento del servizio civile universalein funzione del loro utilizzo nei percorsi di istruzione e in ambito lavorativocivile circa 100mila giovani tra i 18 e 28 anni.
L’articolo 6 prevede una delega al governo per il riordino e l’armonizzazione della disciplina tributaria applicabile agli enti di cui all’articolo 1 e delle diverse forme di fiscalità di vantaggio nel rispetto della normativa dell’Unione europea, dell'invarianza dei saldi di finanza pubblica e tenuto conto di quanto disposto ai sensi della legge 11 marzo 2014, n. 23. Sulla base dei seguenti principi e criteri direttivi: a) nuova definizione di definizione di ente non commerciale ai fini fiscali; b) razionalizzazione e semplificazione del regime di deducibilità e detraibilità dal reddito delle persone fisiche e giuridiche delle erogazioni liberali, in denaro e in natura; c) revisione e stabilizzazione dell’istituto della destinazione del 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche in base alle scelte espresse dai contribuenti in favore degli enti di cui all'articolo 1; d) previsione per le Imprese sociali di di accedere a forme di raccolta di capitali di rischio tramite portali on line, in analogia a quanto previsto per le start-up innovative; di misure fiscali agevolative, volte anche a favorire gli investimenti di capitale, dell’istituzione di un apposito fondo rotativo destinato a finanziarle; e) introduzione di meccanismi volti alla diffusione dei titoli di solidarietà e di altre forme di finanza sociale finalizzate a obiettivi di solidarietà sociale; f)promozione dell’assegnazione in favore degli enti di cui all'articolo 1 degli immobili pubblici inutilizzati, nonché, tenuto conto della disciplina in materia, dei beni immobili e mobili confiscati alla criminalità organizzata, secondo criteri di semplificazione e di economicità, anche al fine di valorizzare in modo adeguato i beni culturali e ambientali
All’articolo 7 il compito più difficile, quello di stabilire le coperture necessarie. Si parla di circa 360 mln sul 2015, di cui 60 (che si vanno ad aggiungere ai 400 previsti) per far sì che il 5 per mille sia finalmente distribuito nel rispetto della volontà espressa dai contribuenti. E il resto a finanziare il Servizio civile Universale.
L’art. 1 è dedicato a delineare scopo, tempi e oggetto della Legge delega che dice che il Governo entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della delega deve addottare “uno o più decreti legislativi recanti il riordino e la revisione organica della disciplina degli enti privati del Terzo settore e delle attività che promuovono e realizzano finalità solidaristiche e di interesse generale, anche attraverso la produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale, in attuazione del principio di sussidiarietà, al fine di sostenere la libera iniziativa dei cittadini associati per perseguire il bene comune, elevare i livelli di cittadinanza attiva, coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona e valorizzando al contempo il potenziale di crescita ed occupazione del settore”. I tempi previsti sono perciò ipotizzabili in circa 12 mesi. Sempre all’art. 1 gli obiettivi della legge: a) Revisione del Libro primo, Titolo secondo, del Codice civile scritto nel 1942; b) riordino e al necessario coordinamento delle altre disposizioni vigenti, compresa la disciplina tributaria anche con l’adozione di un Testo Unico; c) revisione della disciplina in materia di impresa sociale; d) revisione della disciplina in materia di servizio civile
L’articolo 2 prevede una delega al governo per disciplinare la costituzione, l’organizzazione, le forme di governo ed il ruolo degli enti che, con finalità ideale e senza scopo di lucro, promuovono e realizzano attività d’interesse generale, di valorizzazione della partecipazione e di solidarietà sociale, ovvero producono o scambiano beni o servizi di utilità sociale, anche attraverso forme di mutualità con fini di coesione sociale. Secondo questi principi: a) riconoscere e garantire il più ampio esercizio del diritto di associazione; b) riconoscere e favorire l’iniziativa economica privata, svolta senza finalità speculative, diretta a realizzare in via principale la produzione o lo scambio di beni o servizi di utilità sociale o d’interesse generale; c)definire le finalità non lucrative e le attività solidaristiche e di interesse generale che caratterizzano gli enti del Terzo settore; d)riorganizzare e semplificare il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica e disciplinare il relativo regime di responsabilità limitata degli enti riconosciuti come persone giuridiche; e) definire forme e modalità di organizzazione e amministrazione degli enti ispirate ai principi di democrazia, uguaglianza, pari opportunità, partecipazione degli associati e dei lavoratori e trasparenza; f) riorganizzare il sistema di registrazione degli enti e di tutti gli atti di gestione rilevanti secondo criteri di semplificazione, attraverso la previsione di un registro unico del Terzo settore; g) valorizzare il ruolo degli enti nella fase di programmazione, a livello territoriale, relativa anche al sistema integrato di interventi e servizi socio-assistenziali, di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale
L’articolo 3 prevede “di procedere al riordino” e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di attività associative, di volontariato e di promozione sociale, in particolare della legge-quadro sul volontariato (legge 11 agosto 1991, n. 266) e della legge di disciplina delle associazioni di promozione sociale (legge 7 dicembre 2000, n. 383). L’articolo 4 si compone di una delega al governo finalizzata al necessario riordino e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di impresa sociale, in particolare della disciplina dettata dal decreto legislativo 24 marzo 2006, n. 155, secondo quanto già indicato nelle Linee Guida del 12 maggio scorso.
L’articolo 5 comprende una delega al governo al fine di procedere al riordino e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di servizio civile, in particolare della disciplina dettata dal decreto legislativo 5 aprile 2002, n. 77 e della legge istitutiva del servizio civile nazionale (legge 6 marzo 2001, n. 64), finalizzata all’istituzione di un servizio civile nazionale universale. Anche qui secondo quanto già indicato nelle Linee guida del maggio scorso ma con due importanti nuove sottolineature: la prima,“definizione dello status giuridico dei giovani ammessi al servizio civile universale, prevedendo l’instaurazione di uno specifico rapporto di servizio civile non assimilabile al rapporto di lavoro, con previsione della non assoggettabilità della prestazione ad alcuna disposizione fiscale o tributaria”. La seconda: riconoscimento e valorizzazione delle competenze acquisite durante l’espletamento del servizio civile universalein funzione del loro utilizzo nei percorsi di istruzione e in ambito lavorativocivile circa 100mila giovani tra i 18 e 28 anni.
L’articolo 6 prevede una delega al governo per il riordino e l’armonizzazione della disciplina tributaria applicabile agli enti di cui all’articolo 1 e delle diverse forme di fiscalità di vantaggio nel rispetto della normativa dell’Unione europea, dell'invarianza dei saldi di finanza pubblica e tenuto conto di quanto disposto ai sensi della legge 11 marzo 2014, n. 23. Sulla base dei seguenti principi e criteri direttivi: a) nuova definizione di definizione di ente non commerciale ai fini fiscali; b) razionalizzazione e semplificazione del regime di deducibilità e detraibilità dal reddito delle persone fisiche e giuridiche delle erogazioni liberali, in denaro e in natura; c) revisione e stabilizzazione dell’istituto della destinazione del 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche in base alle scelte espresse dai contribuenti in favore degli enti di cui all'articolo 1; d) previsione per le Imprese sociali di di accedere a forme di raccolta di capitali di rischio tramite portali on line, in analogia a quanto previsto per le start-up innovative; di misure fiscali agevolative, volte anche a favorire gli investimenti di capitale, dell’istituzione di un apposito fondo rotativo destinato a finanziarle; e) introduzione di meccanismi volti alla diffusione dei titoli di solidarietà e di altre forme di finanza sociale finalizzate a obiettivi di solidarietà sociale; f)promozione dell’assegnazione in favore degli enti di cui all'articolo 1 degli immobili pubblici inutilizzati, nonché, tenuto conto della disciplina in materia, dei beni immobili e mobili confiscati alla criminalità organizzata, secondo criteri di semplificazione e di economicità, anche al fine di valorizzare in modo adeguato i beni culturali e ambientali
All’articolo 7 il compito più difficile, quello di stabilire le coperture necessarie. Si parla di circa 360 mln sul 2015, di cui 60 (che si vanno ad aggiungere ai 400 previsti) per far sì che il 5 per mille sia finalmente distribuito nel rispetto della volontà espressa dai contribuenti. E il resto a finanziare il Servizio civile Universale.
da Vita.it
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