domenica 26 ottobre 2014

Reyhaneh.

«La mia Reyhaneh è stata impiccata. Aveva la febbre mentre danzava sul patibolo». Shole Pakravan piange così la figlia di 26 anni su Facebook, il giorno prima di accompagnare la bara al cimitero di Teheran.  «Domani alle 10 del mattino saluterò la sua salma…. Sono un soldato che ha perso il suo comandante e il suo amore, seduto sul mare senza fine della tristezza», continua Shole, un’attrice teatrale. E nelle sue parole riecheggiano i versi del poeta sufi Mansour Hallaj, un tempo anche lui finito sulla forca. Poco dopo, Shole risponde al telefono dalla sua casa di Teheran. «Il vero responsabile di tutto questo — dice al Corriere — è il potere giudiziario iraniano». Sua figlia Reyhaneh Jabbari, un’arredatrice di interni, è stata giustiziata ieri all’alba per l’omicidio di un medico ed ex funzionario dell’intelligence,  Mortaza Abdolali Sarbandi. Nel 2009 durante il processo, la ragazza aveva sostenuto  di averlo pugnalato per legittima difesa. Aveva raccontato di averlo conosciuto in un internet café: lui, sentendola parlare di lavoro, le si era avvicinato e le aveva offerto un impiego (arredare il suo ufficio); poi però l’aveva portata in un appartamento e aveva tentato di stuprarla; e lei l’aveva pugnalato con un coltello tascabile ed era fuggita. Reyhaneh  sosteneva che le ferite inflitte non avrebbero da sole potuto ucciderlo, e aveva additato come assassino  un misterioso terzo uomo di nome Sheikhy, giunto mentre lei scappava. Ma i giudici l’hanno giudicata colpevole di omicidio premeditato. Un processo cheAmnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani definiscono «viziato» — tra prove sparite, limitazioni a vedere l’avvocato, confessioni estorte in isolamento. C’è anche chi crede che il caso sia stato insabbiato proprio perché un uomo dell’intelligence era stato additato come stupratore. Per anni, la madre ha condiviso su Facebook l’attesa, la paura, la rabbia. È stato soprattutto grazie ai suoi messaggi  che è nata la campagna internazionale che chiedeva un nuovo processo, più equo. Una campagna cresciuta negli ultimi mesi, con l’appoggio di diversi artisti iraniani e un totale di 240.000 firme. Ma non è bastata a salvarla. L’ultima speranza era il perdono della famiglia dell’uomo ucciso: poteva rinunciare ad applicare la legge del taglione (qisas). Ma Jalal Sarbandi, il figlio, ha rifiutato. Era in piedi davanti alla forca ieri  con  due parenti, per far rispettare «il diritto di sangue» di suo padre. Molti commenti su Facebook si scagliavano contro di lui. Ma Shole spiega al telefono di non nutrire astio nei suoi confronti, di considerare responsabile il regime. Ha potuto dire  addio alla figlia venerdì, faccia a faccia,   ma non è stata ammessa all’esecuzione. Ha passato la notte con un’ottantina di sostenitori davanti al carcere, piangendo e chiedendo aiuto a Dio. Per due volte, in passato, la sentenza di morte contro Reyhaneh era stata sospesa: ad aprile e poi a fine settembre. «Mamma, devi lasciarmi andare, basta», l’aveva supplicata la figlia. Shole voleva ascoltarla, tanto che aveva scritto su Facebook: «Da oggi mi siederò in silenzio in un angolo. Non scriverò più nulla». Ma non poteva tacere, doveva cercare di salvarla.


venerdì 24 ottobre 2014

ORGANIZER! For all!

Giornata formativa “Organizer” nell'ambito del progetto “ Il volontariato cosentino, fra memoria e testimonianze”

Si terrà presso il CSV Cosenza, venerdì 31 ottobre dalle 15 alle 17.00, il corso di formazione rivolto alle organizzazioni di volontariato, alle associazioni del territorio ma anche ai volontari e ai tanti potenziali volontari che vorranno saperne di più sulla conservazione, fruibilità e valorizzazione della documentazione bibliografica e di archivio delle associazioni. Il corso, denominato “Organizer” è condotto dalla dott.ssa Giusi Ielitro del CSV Cosenza, ed è stato organizzato nell'ambito delle Map 2014 come percorso tematico all'interno del progetto “Il volontariato cosentino, fra memoria e testimonianze” dall'Anteas Cosenza, promotore dell'iniziativa e in collaborazione con il partneriato composto da Cif Comunale Cosenza, Alt, Be Equal. Il progetto articolato in varie fasi propone una giornata formativa allo scopo di facilitare le pratiche per la conservazione, la fruibilità, la valorizzazione della documentazione bibliografica e di archivio posseduta dalle associazioni e imparare a catalogare la rassegna stampa. Gestire correttamente la documentazione prodotta è fondamentale per conservare la memoria storica, favorire gli studi e la ricerca sui temi di cui le associazioni si occupano, rendendo disponibile un patrimonio documentario spesso unico ed originale. Imparare a catalogare, archiviare e rendere gestibile la documentazione storica del proprio ente agevola e facilita la progettazione e lo sviluppo delle attività delle associazioni, grazie alla conoscenza e allo studio di quello che è stato già realizzato nel passato migliorando  l'efficienza e la qualità dei servizi, grazie ad archivi bene organizzati. La giornata formativa verterà sulle modalità di catalogazione, registrazione descrizione e classificazione di tutte le tipologie di documenti prodotti seguendo metodi corretti per individuare e conoscere i prodotti realizzati e documentarli in modo opportuno. L'apprendimento quindi si focalizzerà sull'attività di archiviazione delle informazioni raccolte secondo precisi criteri, in quanto la salvaguardia e la conservazione delle proprie testimonianze storiche non può prescindere dalla conoscenza della loro effettiva consistenza e dal loro studio analitico e scientifico. La catalogazione, raccogliendo in modo organizzato le informazioni sui documenti e prodotti realizzati, secondo un 'percorso' conoscitivo, controlla e codifica l'acquisizione dei dati secondo precisi criteri, offre un supporto fondamentale e si concretizza nell'individuazione, nello studio e nelle conseguenti operazioni volte alla protezione e alla conservazione della loro integrità. Il corso è aperto e gratuito e al termine della giornata sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

mercoledì 22 ottobre 2014

Zamagni: alle radici del pensiero unico

L'economista analizza la società che oggi eleva tutti i desideri a diritti. «Vale per l’economia come per le scienze sociali, il diritto, la bioetica. L’individualismo libertario tende a far credere che le preferenze degli individui abbiano lo stesso statuto dei loro diritti»

Da formula di cortesia – o d’amore, o di piaggeria – quel «ogni tuo desiderio è un ordine» è diventato principio giuridico. Non c’è gruppo di attivisti che non reclami il riconoscimento per legge dei propri desiderata, elevati a “diritti”. E guai a contestare queste pretese, magari nel nome di valori che guardano appena un po’ più in là dei gusti personali: scatta immediatamente il “politicamente corretto”, che censura chiunque osi porre un argine tra desiderio e diritto. Una reazione da “totalitarismo culturale”, da “pensiero unico”: «Un’espressione – illustra l’economista Stefano Zamagni – relativamente recente e collegata al concetto sviluppato dal politologo inglese Irving Janis fin dal titolo del suo saggio del 1972 Victims of groupthink (“Vittime del pensiero di gruppo”). Nel pensiero di gruppo, gli individui che lo compongono credono, senza alcuna costrizione, alla verità di quanto elaborato da loro stessi o da chi riconoscono come autorità di riferimento».
Come ci si arriva?
«L’idea, nata studiando le sette religiose, si è poi estesa anche ad altri ambiti. Oggi per esempio i jihadisti sono espressione di un pensiero di gruppo: sono veramente convinti di combattere per la giusta causa, e lo fanno non perché minacciati o retribuiti, ma per seguire l’indicazione del califfo. Ebbene, tra gli anni ’80 e i ’90 questo concetto ha trovato spazio anche in economia, con l’affermazione del modello teorico neoliberista. Inizialmente le cose andavano talmente bene che c’erano economisti (anche premi Nobel) che ritenevano concluso il loro compito, giacché ormai avevano trovato un modello capace di diffondere ovunque il benessere e la stabilità dei mercati».
Erano gli anni in cui Francis Fukuyama teorizzava la «fine della storia» dopo il trionfo dell’Occidente capitalista sul comunismo...
«Sì, ma non solo: il pensiero unico neoliberista aveva dalla sua anche altre due armi di seduzione. La prima era l’eleganza dello strumento matematico. La matematica ha un forte potere persuasivo: quando un teorema “è dimostrato”, l’uomo della strada finisce per crederci, dimenticando che – come ricordano i matematici seri – ogni teorema è valido solo sotto determinate assunzioni di partenza. In ambito finanziario il “modello di Black-Scholes-Merton” è raffinatissimo dal punto di vista matematico e “dimostrava” come i mercati fossero in grado di auto-correggersi tendendo alla stabilità».
E l’altra “arma”?
«Il successo immediato: grazie a quel modello fino al 2007 si sono fatti soldi a palate. La supposta solidità teorica sembrava confermata dai fatti, e la conferma dei fatti contribuiva a diffondere il modello. Naturalmente oggi sappiamo che conteneva errori».
Quali?
«Il principale fu assumere che il rischio finanziario sia sempre esogeno, che cioè provenga sempre dal fattori esterni al sistema: lo rendo tanto più piccolo, quanto più aumento il volume delle transazioni finanziarie. È così che è nata la bolla speculativa dei derivati, sulla quale siamo franati perché invece il rischio era endogeno e quindi aumentava via via che aumentava lo spazio della finanza. I derivati sono stati creati in obbedienza al pensiero unico: per aumentare il numero delle transazioni».
E adesso a che punto siamo?
«Il re è nudo: quella teoria non è più in grado di suggerire linee d’azione. Ci troviamo in un limbo, ma io sono ottimista: la storia del pensiero economico insegna che dall’incertezza entro poco nasce un nuovo pensiero. Fu così nel ’700, quando dopo il mercantilismo si affermarono l’economia civile in Italia (Genovesi, Filangieri, Dragonetti) e l’economia politica in Scozia (Smith); fu così dopo la crisi del 1929, quando emerse Keynes. Oggi anche ex difensori del pensiero unico – come i Nobel Stiglitz, Phelps e Krugman – hanno cambiato direzione, per non parlare di Amartya Sen, che ha cominciato a criticarlo fin dagli anni ’70... Si sta preparando una nuova rivoluzione scientifica».
Ma se il politico continua a delegare al tecnico le proprie decisioni, non c’è il rischio di cadere subito negli stessi errori?
«L’economia deve essere autonoma, ma non separata dall’etica e dalla politica. Occorre ribaltare il principio del “Noma” (Non-overlapping magisteria) teorizzato fin dal 1829 da Richard Whateley, che sostiene che “i magisteri non si sovrappongono”, che per essere scienza l’economia non deve mescolarsi all’etica e alla politica. Business is business. Per evitare di riprodurre il pensiero unico bisogna garantire il pluralismo, invece negli ultimi decenni i fondi di ricerca, le cattedre universitarie, gli spazi di pubblicazione andavano solo agli “allineati”. Questa è dittatura del pensiero».
Una dittatura che non si limita al campo economico...
«Vale per l’economia come per le scienze sociali, il diritto, la bioetica. L’individualismo libertario tende a far credere che le preferenze degli individui abbiano lo stesso statuto dei loro diritti: se preferisco diventare donna e generare un figlio devo poterlo fare, se preferisco scegliere come dev’essere fatto il mio bambino devo poterlo fare... Eppure non c’è solo il “diritto” dell’adulto che decide: c’è anche, per esempio, quello del nascituro. Che non viene mai riconosciuto, perché non c’è nessuno che possa “negoziare” in vece di chi non ha voce».
Ma questa è la teoria liberale classica: mediazione tra diritti che confliggono…
«I vecchi liberali erano persone serie... John Stuart Mill diceva che le preferenze devono avere sfogo fino a quando compatibili con i diritti di tutti. Era lo spirito della prima rivoluzione dell’individualismo, quella illuminista di fine ’700. A fine ’900 invece la seconda rivoluzione ha imposto il pensiero unico di un individualismo non più liberale ma libertario – per il quale le preferenze dell’individuo hanno lo stesso statuto dei diritti. Ed è reso ancor più pericoloso dal fatto che oggi la tecnologia consente di ottenere quello che un tempo non si poteva nemmeno immaginare».
di Edoardo Castagna da avvenire.it

martedì 21 ottobre 2014

Nobel per la pace a Malala Yousafzai e Kaliash Satyarthi, paladini dei minori

E proseguendo il nostro discorso sulla pace, parliamo di premio Nobel che quest'anno premia una coppia di attivisti per la loro lotta a favore dei bambini e del loro diritto all’istruzione: una pachistana e un indiano, una musulmana e un hindu

 Il Premio Nobel per la Pace 2014 è stato assegnato a Malala Yousafzai, la giovanissima pakistana vittima di un attentato talebano nel 2009, a 12 anni, perché difendeva il diritto delle bambine allo studio e all’indiano Kailash Satyarthi, 60 anni, attivista dei diritti dei bambini. Lo ha annunciato Thorbjoern Jagland, il presidente del Comitato del Nobel norvegese al Nobel Institute di Oslo.   I bambini – riporta il comunicato che accompagna il Premio – devono poter andare a scuola e non essere sfruttati per denaro. Nei Paesi più poveri del mondo, il 60 per cento della popolazione ha meno di 25 anni; ed è un prerequisito per lo sviluppo pacifico del mondo che i diritti dei bambini e dei giovani vengano rispettati. Nelle aree devastate dalla guerra, in particolare gli abusi sui bambini portano al perpetuarsi della violenza generazione dopo generazione”.  LAccademia norvegese ha deciso così di premiare una coppia di attivisti per la loro lotta a favore dei bambini e del loro diritto all’istruzione, dando anche un messaggio di distensione tra due Paesi – India e Pakistan – in guerra dal 1947, in conflitto oggi per il controllo della regione di confine del Kashmir: “Crediamo che sia un punto importante per un hindu e una musulmana, un indiano e una pachistana, unirsi in una lotta comune per l’educazione e contro l’estremismo”.  
Malala Yousafzay è la persona più giovane ad avere vinto il premio nella storia di tutte le categorie del premio. “Nonostante la sua giovane età – ha scritto il Comitato – già da anni combatte per i diritti delle bambine all’educazione e ha dimostrato con l’esempio che anche bambini e giovani possono contribuire a migliorare la situazione. E lo ha fatto nelle circostanze più pericolose: attraverso la sua battaglia eroica, è diventata una voce guida per i diritti dei bambini all’educazione”. Malala è originaria di Mingora, nella valle dello Swat, nella provincia della Frontiera del Nord-Ovest in Pakistan. La regione tra il 2007 e il 2009 è finita sotto il controllo dai taliban, che hanno chiuso le scuole e imposto la legge islamica. Nel 2009, la ragazzina, all’età di 11 anni, ha cominciato a scrivere un blog sotto lo pseudonimo Gul Makai sul sito della Bbc raccontando l’esperienza sua e degli altri bambini sotto il dominio talebano. Un editto emanato dal leader locale della fine del 2008 ordinava la cessazione di tutta l’istruzione femminile entro un mese: se il divieto non fosse stato rispettato, le scuole avrebbero subìto gravi conseguenze. Il 9 ottobre del 2012 fu colpita da vari proiettili alla testa e al collo mentre tornava da scuola. A volerla uccidere erano i talebani pachistani. Ma Malala è sopravvissuta grazie alle cure ricevute al Combined military hospital di Peshawar prima, e al Queen Elizabeth hospital di Birmingham, da cui uscì 3 mesi dopo, sulle sue gambe. A 9 mesi dalla sparatoria, il 12 luglio del 2013, in occasione del suo sedicesimo compleanno, ha pronunciato un discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in cui ha chiesto ai governi di tutto il mondo di impegnarsi nella difesa dei diritti delle donne e dei bambini. I 10 talebani sospettati di averla ferita sono stati arrestati il mese scorso. Mentre a Oslo le assegnavano il premio, Malala Yousafzay era “a scuola, come sempre” a Birmingham, città dove risiede dal giorno del ricovero.
Kailash Satyarthi è nato 60 anni fa a Vidisha, città del Madhya Pradesh, stato dell’India centrale. È un attivista dei diritti umani, impegnato dagli anni ’90 nella lotta contro il lavoro minorile e lo sfruttamento con la sua organizzazione ‘Bachpan Bachao Andolan’: la sua azione ha permesso di liberare almeno 80 mila bambini dalla schiavitù, favorendone la reintegrazione sociale.  Il Comitato del Nobel ha dato atto all’indiano di aver dimostrato “grande coraggio personale, mantenendo la tradizione di Gandhi, guidando varie forme di protesta e dimostrazione, tutte pacifiche, contro il grave sfruttamento dei bambini a scopi di finanziari, contribuendo anche allo sviluppo di importanti convenzioni internazionali sui diritti dei bambini”. Negli oltre 25 anni di attività a difesa dei diritti dei minori, ha partecipato a numerose campagne internazionali come la Marcia globale contro il lavoro minorile, attirando su di sé l’attenzione dei media di tutto il mondo. Come presidente della Marcia, nel maggio 2004 prese la parola in un convegno organizzato da Cgil, Cisl, Uil e Mani Tese in cui dichiarò: “Basterebbero tre giorni di spesa militare mondiale, pari a 11 miliardi di dollari, per far sparire la piaga del lavoro minorile attraverso l’istruzione data ai 246 milioni di bambini lavoratori”. Nel dicembre 2011 la sua organizzazione pubblicò uno studio in cui rivelò che in India scompaiono 11 bambini ogni ora perché vittime del vasto traffico di esseri umani esistente nel Paese. Ha dedicato il Nobel ai bambini che vivono in schiavitù: “È un onore per tutti quei bambini che soffrono in schiavitù, vittime del lavoro forzato e dei traffici”. 


venerdì 17 ottobre 2014

Marcia Perugia Assisi 19 ottobre 2014

In cammino per la pace e la fraternità

Cento anni fa scoppiava in Europa la prima guerra mondiale, lasciando sul campo più di 10 milioni di morti e 20 milioni di feriti, mutilati, invalidi. Le centinaia di guerre che sono venute dopo hanno causato più di duecento milioni di morti, senza contare i cosiddetti “danni collaterali” (milioni e milioni di donne, uomini e bambini uccisi o dilaniati dalla fame e dalle malattie conseguenza delle stesse guerre) e l’immensa quantità di beni e risorse che sono stati distrutti e sottratti allo sviluppo dell’intera umanità.
Inutile strage, avventura senza ritorno, la guerra è un mostro che continua a uccidere tante persone in tutto il mondo e minaccia di diffondersi ulteriormente. Armi micidiali continuano ad essere costruite e accumulate e insieme alla loro proliferazione incontrollata cresce anche la propensione ad usarle. Contro questo scenario angosciante abbiamo il dovere di insorgere!
Dopo cento anni di orribili massacri e crimini contro l’umanità è venuto il tempo di riconoscere che la pace è un diritto umano fondamentale della persona e dei popoli, pre-condizione necessaria per l’esercizio di tutti gli altri diritti umani. Un diritto che deve essere effettivamente riconosciuto, applicato e tutelato a tutti i livelli, dalle nostre città all’Onu. 
A cento anni da quella terribile tragedia la pace è ancora in pericolo.Troppe persone precipitano nella povertà e nella disperazione. Succede ogni giorno in Italia, in Europa e in tante parti del mondo. Troppe ingiustizie si sommano a troppe disuguaglianze. Troppi problemi attendono inutilmente di essere risolti. Troppa violenza dilaga senza limiti né confini. Troppi soldi continuano a riempire il mondo di armi. Troppe armi alimentano nuove guerre. Troppi egoismi, interessi e complicità impediscono che le cose cambino. Intanto la crisi globale fa strazio di vite umane alimentando paure, angosce, sfiducia e chiusura.
Non c’è pace senza diritti umani. Lo sa bene chi non riesce a trovare lavoro, chi non ha cibo e acqua a sufficienza, chi non può curarsi come dovrebbe. Il mancato rispetto dei diritti umani fondamentali crea tensioni, conflitti, disuguaglianze e insicurezza. E finisce per togliere la pace anche a chi pensava di averla.
Per uscire da questa crisi dobbiamo riscoprire il valore della fraternità che deve improntare tutti gli aspetti della vita, compresa l’economia, la finanza, la società civile, la politica, la ricerca, lo sviluppo, le istituzioni pubbliche e culturali. La globalizzazione della fraternità deve prendere il posto della globalizzazione dell’indifferenza. La pace è un bene comune indivisibile. O c’è per tutti o non c’è per nessuno. Non ci sono più i “fatti nostri” e quelli “degli altri”. Contribuire alla costruzione di un futuro migliore per tutti e alla soluzione delle grandi sfide comuni che incombono è un nostro dovere e un nostro interesse. Ma noi cosa possiamo fare?
Serve più responsabilità personale. La crisi della politica e delle istituzioni ci lascia sempre più soli davanti a problemi sempre più gravi e complessi. Se davvero vogliamo la pace dobbiamo essere disponibili a fare la nostra parte. Partire da noi, da quello che possiamo fare in prima persona, nell’ambito delle nostre possibilità, ci consente di esigere con ancora più forza e autorevolezza il cambiamento che si fa sempre più urgente.
La pace comincia dalle nostre città-mondo. Il nostro impegno per la pace deve crescere innanzitutto nei luoghi dove viviamo tutti i giorni, nelle scuole, nei posti di lavoro e nelle nostre città. Deve essere concreto, aperto e costruttivo. E’ qui, nelle città-mondo, dove comincia il rispetto dei diritti umani e la nostra responsabilità di costruttori della pace. E’ qui che dobbiamo agire per rinsaldare l’agenda interna con quella internazionale. Ciascuna delle nostre città deve diventare un laboratorio di quel cambiamento che invochiamo per il mondo intero. Costruiamo insieme le città della pace e dei diritti umani.
Se vogliamo la pace dobbiamo educarci alla pace. La cultura che respiriamo è ancora oggi una cultura di guerra, intrisa di individualismo, egoismo e indifferenza. Per questo, prima di tutto, dobbiamo educarci ed educare alla giustizia e alla pace, alla nonviolenza e ai diritti umani. Tutti si devono sentire corresponsabili di questo sforzo. Abbiamo bisogno di diffondere e consolidare un’altra cultura, un’altra scala di valori, un’altra idea della pace lontana da ogni atteggiamento di rinuncia, accomodamento e utilitarismo.Abbiamo bisogno di un’informazione e una comunicazione pubblica di pace, libera da lacci economici e politici, attenta alla vita reale delle persone e dei popoli, dell’Europa e del mondo. Investire sui giovani e sulla loro formazione, consentirgli di essere parte attiva della comunità “glocale” e del cambiamento epocale che stiamo vivendo, non è solo un’opportunità per tutti ma un dovere primario.
Non c’è pace senza una politica di pace. E una politica di pace è tale se è tutti i diritti umani per tutti. Molti problemi sono fuori dalla nostra portata. Ma quello che non possiamo fare in prima persona lo può e lo deve fare il nostro paese, l’Italia e l’Europa. L’Italia e l’Europa devono essere pienamente consapevoli delle sfide che ci investono a partire dal Mediterraneo e dal vicino Oriente e devono alimentare una politica di pace e fratellanza, di disarmo e cooperazione fondata sulla promozione dei diritti umani. Una politica coerente con il progetto iscritto nella nostra Costituzione e nelle carte fondamentali dell’Europa e delle Nazioni Unite. L’assenza di questa politica, il ripiegamento dell’Italia e dell’Europa ci stanno esponendo a seri pericoli e ci stanno facendo perdere grandi opportunità. Ma noi non ce lo possiamo permettere. Una fase della nostra storia deve essere chiusa per cominciarne un’altra. Costruirla dal basso è un dovere che ci dobbiamo e vogliamo assumere.

Comitato Promotore Marcia Perugia-Assisi
via della viola 1 (06122) Perugia, Tel. 335.6590356 - 075/5736890 - fax 075/5739337 email: adesioni@perlapace.it - www.perlapace.it



giovedì 16 ottobre 2014


Eccoci di nuovo dopo le vacanze estive e un periodo di grande operosità. Il nostro blog riprende con novità, iniziative e varie  collaborazioni, sempre in ambito sociale. Continuate a seguirci e a inviarci i vostri commenti e se desiderate pubblicare un articolo contattateci  con una mail oppure telefonateci ai numeri di riferimento. Be Equal, la redazione. 

venerdì 11 luglio 2014

Ecco la riforma del Terzo Settore

Annunciata lo scorso 12 aprile è stata approvata in serata in Consiglio dei Ministri la Legge delega “Riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale”. Ecco l’impianto che siamo in grado di anticipare. Renzi “Il Governo ha mantenuto l'impegno”.


Arrivata questa sera in Consiglio dei Ministri lo schema di Legge delega al Governo, che già nel titolo evidenzia i tre assi del cambiamento annunciato e previsto: “Riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale. Il Governo ha mantenuto gli impegni assunti approvando nei tempi previsti la legge Delega per la riforma del Terzo settore, dell'impresa sociale e del Servizio civile”. Lo ha affermato durante la conferenza stampa al termine del Cdm di questa sera il premier Matteo Renzi. ”Servizio civile universale, 5 per mille stabilizzato per legge, obbligo di trasparenza per le associazioni che ne beneficeranno, riforma del Codice civile: sono le tappe di una grande svolta per il settore, un impegno che ho assunto a Lucca, all’assemblea delle associazioni di volontariato e che ho mantenuto”. Il ministro Poletti, ha annunciato Renzi, spiegherà domani i dettagli della legge Delega, ma c’è compiacimento da parte del premier per l’arrivo quasi contemporaneo in Parlamento, ”tra una quindicina di giorni – prevede Renzi – della riforma della Cooperazione, attesa da 27 anni”. Soddisfazione anche per l’approvazione, anticipa il premier, della possibilità per tutti i giovani di che lo chiedono accedere al Servizio civile: ”È un modo per dire ai giovani, voi credete a un concetto bello di patria, a un patriottismo dolce”, ha concluso Renzi. Questo l’impianto della legge delega che siamo in grado di anticipare.
L’art. 1 è dedicato a delineare scopo, tempi e oggetto della Legge delega che dice che il Governo entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della delega deve addottare “uno o più decreti legislativi recanti il riordino e la revisione organica della disciplina degli enti privati del Terzo settore e delle attività che promuovono e realizzano finalità solidaristiche e di interesse generale, anche attraverso la produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale, in attuazione del principio di sussidiarietà, al fine di sostenere la libera iniziativa dei cittadini associati per perseguire il bene comune, elevare i livelli di cittadinanza attiva, coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona e valorizzando al contempo il potenziale di crescita ed occupazione del settore”. I tempi previsti sono perciò ipotizzabili  in circa 12 mesi. Sempre all’art. 1 gli obiettivi della legge: a) Revisione del Libro primo, Titolo secondo, del Codice civile scritto nel 1942; b) riordino e al necessario coordinamento delle altre disposizioni vigenti, compresa la disciplina tributaria anche con l’adozione di un Testo Unicoc) revisione della disciplina in materia di impresa sociale; d) revisione della disciplina in materia di servizio civile
 
L’articolo 2 prevede una delega al governo per disciplinare la costituzione, l’organizzazione, le forme di governo ed il ruolo degli enti che, con finalità ideale e senza scopo di lucro, promuovono e realizzano attività d’interesse generale, di valorizzazione della partecipazione e di solidarietà sociale, ovvero producono o scambiano beni o servizi di utilità sociale, anche attraverso forme di mutualità con fini di coesione sociale. Secondo questi principi: a) riconoscere e garantire il più ampio esercizio del diritto di associazione; b) riconoscere e favorire l’iniziativa economica privata, svolta senza finalità speculative, diretta a realizzare in via principale la produzione o lo scambio di beni o servizi di utilità sociale o d’interesse generale; c)definire le finalità non lucrative e le attività solidaristiche e di interesse generale che caratterizzano gli enti del Terzo settore; d)riorganizzare e semplificare il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica e disciplinare il relativo regime di responsabilità limitata degli enti riconosciuti come persone giuridiche; e) definire forme e modalità di organizzazione e amministrazione degli enti ispirate ai principi di democrazia, uguaglianza, pari opportunità, partecipazione degli associati e dei lavoratori e trasparenza; f) riorganizzare il sistema di registrazione degli enti e di tutti gli atti di gestione rilevanti secondo criteri di semplificazione, attraverso la previsione di un registro unico del Terzo settore; g) valorizzare il ruolo degli enti nella fase di programmazione, a livello territoriale, relativa anche al sistema integrato di interventi e servizi socio-assistenziali, di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale
L’articolo 3 prevede “di procedere al riordino” e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di attività associative, di volontariato e di promozione sociale, in particolare della legge-quadro sul volontariato (legge 11 agosto 1991, n. 266) e della legge di disciplina delle associazioni di promozione sociale (legge 7 dicembre 2000, n. 383).  L’articolo 4 si compone di una delega al governo finalizzata al necessario riordino e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di impresa sociale, in particolare della disciplina dettata dal decreto legislativo 24 marzo 2006, n. 155, secondo quanto già indicato nelle Linee Guida del 12 maggio scorso.
L’articolo 5 comprende una delega al governo al fine di procedere al riordino e alla revisione dell’attuale disciplina in materia di servizio civile, in particolare della disciplina dettata dal decreto legislativo 5 aprile 2002, n. 77 e della legge istitutiva del servizio civile nazionale (legge 6 marzo 2001, n. 64), finalizzata all’istituzione di un servizio civile nazionale universale. Anche qui secondo quanto già indicato nelle Linee guida del maggio scorso ma con due  importanti nuove sottolineature: la prima,“definizione dello status giuridico dei giovani ammessi al servizio civile universale, prevedendo l’instaurazione di uno specifico rapporto di servizio civile non assimilabile al rapporto di lavoro, con previsione della non assoggettabilità della prestazione ad alcuna disposizione fiscale o tributaria”. La seconda: riconoscimento e valorizzazione delle competenze acquisite durante l’espletamento del servizio civile universalein funzione del loro utilizzo nei percorsi di istruzione e in ambito lavorativocivile circa 100mila giovani tra i 18 e 28 anni.
L’articolo 6 prevede una delega al governo per il riordino e l’armonizzazione della disciplina tributaria applicabile agli enti di cui all’articolo 1 e delle diverse forme di fiscalità di vantaggio nel rispetto della normativa dell’Unione europea, dell'invarianza dei saldi di finanza pubblica e tenuto conto di quanto disposto ai sensi della legge 11 marzo 2014, n. 23. Sulla base dei seguenti principi e criteri direttivi: a) nuova definizione di definizione di ente non commerciale ai fini fiscali; b) razionalizzazione e semplificazione del regime di deducibilità e detraibilità dal reddito delle persone fisiche e giuridiche delle erogazioni liberali, in denaro e in natura; c) revisione e stabilizzazione dell’istituto della destinazione del 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche in base alle scelte espresse dai contribuenti in favore degli enti di cui all'articolo 1; d) previsione per le Imprese sociali di di accedere a forme di raccolta di capitali di rischio tramite portali on line, in analogia a quanto previsto per le start-up innovative; di misure fiscali agevolative, volte anche a favorire gli investimenti di capitale, dell’istituzione di un apposito fondo rotativo destinato a finanziarle; e) introduzione di meccanismi volti alla diffusione dei titoli di solidarietà  e di altre forme di finanza sociale finalizzate a obiettivi di solidarietà sociale; f)promozione dell’assegnazione in favore degli enti di cui all'articolo 1 degli immobili pubblici inutilizzati, nonché, tenuto conto della disciplina in materia, dei beni immobili e mobili confiscati alla criminalità organizzata, secondo criteri di semplificazione e di economicità, anche al fine di valorizzare in modo adeguato i beni culturali e ambientali
All’articolo 7 il compito più difficile, quello di stabilire le coperture necessarie. Si parla di circa 360 mln sul 2015, di cui 60 (che si vanno ad aggiungere ai 400 previsti) per far sì che il 5 per mille sia finalmente distribuito nel rispetto della volontà espressa dai contribuenti. E il resto a finanziare il Servizio civile Universale.
da Vita.it